Una madre, desiderosa di un figlio che non arriva, si ferisce ad una mano e alcune gocce di sangue cadono sulla neve fresca del giardino, macchiandola. Ammirando il contrasto tra quel rosso cupo e quel bianco candido, la donna esclama: “Come mi piacerebbe avere un figlio bianco come la neve e rosso come il sangue”. E di lì a poco, infatti, rimane incinta.
Vi ricorda qualcosa? Andiamo avanti.
Purtroppo la donna muore dopo aver partorito, e suo marito convola a nuove nozze. La nuova moglie, però, si comporta da vera matrigna: mossa da un vero e proprio odio feroce nei confronti della figliolanza acquisita, la perseguita senza requie e arriva addirittura a pianificarne la morte.
Sono sicura che, a questo punto, la maggior parte di voi ha associato questa sommaria trama ad un titolo ben preciso, ad una delle più celeberrime fiabe che ormai conoscono anche i sassi, ossia Biancaneve. Beh, in realtà non è così semplice. State un po’ a sentire come continua.
Le ossa del povero bambino, prima ucciso e poi servito come pietanza all’ignaro padre, vengono raccolte e seppellite in un punto ben preciso del giardino, nei pressi di un ginepro. Immediatamente da esse rinasce un uccello bellissimo, che vola via a ripetere un canto bellissimo che rivela la sua triste sorte.
Anche questo motivo del morto che denuncia il suo assassino attraverso il canto si ritrova spessissimo nel folklore, e non solo nella tradizione fiabesca: sicuramente il parallelo più istintivo che viene da fare è quello con L’Osso che Canta, o Binnorie, ma sono davvero innumerevoli le varianti, così come la lista dei casi in cui la rivelazione di un delitto avviene per bocca (o meglio, per becco) di un uccello, del resto. Ancora, nemmeno la connessione tra seppellimento di alcuni resti e albero ‘magico’ è particolarmente nuova – la ritroviamo, ad esempio, nella fiaba Occhietto, Duocchietti, Treocchietti, sebbene in ‘salsa’ diversa.
Nonostante il dramma iniziale, il finale è lieto: la matrigna crudele muore di giusta morte, il bambino ritorna in vita e, assieme alla buona sorellina e al padre, vive felicemente nell’abbondanza. Con le debite differenze, dovute a premesse e sviluppi diversi, questo finale richiama tantissimo quello di Hänsel e Gretel – soprattutto per quanto riguarda la sottolineatura della morte ‘per contrappasso’ della matrigna [1] e del benessere successivo alla riunione dei membri della famiglia (in Hänsel e Gretel rappresentato dal tesoro della strega, nella nostra fiaba invece dall’indicazione del fatto che tutti si mettono a tavola). Biancaneve, dunque, ma anche Binnorie, ma anche Occhietto, Duocchietti, Treocchietti, ma anche Hänsel e Gretel. E abbiamo lasciato fuori tanti altri curiosi paralleli, come quello della golosità nefasta della madre in gravidanza (Raperonzolo), o quello del pasto cannibale, che di nuovo rimanda a Hänsel e Gretel, ma ancora di più – tenendo conto di chi, nella storia, divora quelle povere carni – alla tradizione mitologica greca, con Crono, con il terribile banchetto di Tieste: sono tutte somiglianze divertenti da cercare, anche se non tutte effettivamente valide, e anche se questi motivi vengono rielaborati in modo sconvolgente e autonomo in una fiaba che, pur assomigliando per vari aspetti a molte altre, è unica nel suo genere. Stiamo parlando de Il Ginepro (Vom Machandelbaum, KHM 047). Il Ginepro, per chi la ascolta o la legge per la prima volta, è uno schock continuo: chi è abituato alle fiabe è abituato anche alle matrigne perverse e spietate, certo, e non è che la regina cattiva che ordina al cacciatore di portarle il cuore di Biancaneve a riprova della sua morte abbia una visione delle cose tanto più morbida, ma nessun’altra fiaba in realtà descrive gesta tanto efferate e sanguinarie, nessun’altra fiaba (con la sola eccezione, forse, di Barbablu) più di questa è caratterizzata da immagini talmente violente e vivide nella loro ferocia da rimanere indelebilmente impresse: che sia la scena della decapitazione del bambino, o quella del padre che inconsapevolmente lo divora leccandosi i baffi, o ancora quella finale, quella in cui la matrigna viene schiacciata dalla macina di pietra, la potenza evocativa del racconto è tale da convincere molti a considerarla una tra le più belle (se non la più bella) tra le fiabe raccolte dai Grimm [2]. Nelle sue varianti (ad esempio, The Rose Tree di Jacobs, o Pippety Pew, ma ne esistono di innumerevoli, disseminate un po’ ovunque in Europa) possono cambiare alcuni dettagli (il sesso del bambino assassinato, o le ragioni dell’odio della matrigna, l’arma del delitto o ancora il motivo della metamorfosi inversa da uccello a bambino, che in realtà è presente solo nella versione tedesca), ma tutti i momenti tragici e terribili ricorrono con spietata precisione. La figura opprimente della matrigna impera in tutta la prima parte, almeno quanto la vendetta della vittima, fatta di grave pietra, pende sulla seconda. Per via di questo contrasto evidente tra matrigna e figliastro, gli studiosi tendono a classificare Il Ginepro nel gruppo di quelle fiabe che raccontano del contrasto tra genitore e figlio, accanto a Hänsel e Gretel, Cenerentola e Pollicino. In particolar modo, esegesi di stampo psicanalitico hanno sottolineato come la storia mostri una risoluzione del conflitto con la madre edipica, che il bambino deve eliminare per poter ritrovare la serenità in famiglia. Senz’altro la dinamica oppressione-rivalsa è ciò che più direttamente si carpisce dalla fiaba, ma esiste un più profondo livello di interpretazione, meno diretto e probabilmente piuttosto imperscrutabile per un bambino, ma ugualmente esistente e anche piuttosto palese, ed è il livello che connette in un unicum quasi allegorico i concetti di nascita, morte e rigenerazione [3]. Se dunque, da un lato, si ha senz’altro ragione ad accostarla alle vicende dei poveri Hänsel e Gretel, se dunque non si può dire che non abbia senso il confronto con una Mollie Whuppie (sebbene le due vicende abbiano tutt’altro sviluppo e tutt’altro sapore), esiste una storia che più di ogni altra condivide significato, simbologia e dinamiche con essa, ed è il mito orfico di Zagreo.
Dall’unione con Zeus, Persefone aveva concepito un figlio, Zagreo appunto. Il re degli dèi prediligeva a tal punto il piccolo da decidere di assegnare a lui e a lui soltanto il dominio su tutto l’universo. Il fatto, però, che fosse frutto di una relazione extraconiugale rendeva necessario escogitare un modo per proteggerlo dall’ira della gelosissima Era, e per questo Zeus lo aveva tenuto nascosto, ma non sufficientemente bene da impedire che i Titani venissero a conoscenza della sua esistenza e dei progetti che il dio aveva fatto su di lui. Subito essi corsero a riferire tutto a Era che, infuriata, ordinò loro di toglierlo di mezzo: i Titani, allora, attirarono subdolamente il bambinetto nel bosco, adescandolo con alcuni giocattoli, e poi lo assalirono. Zagreo tentò di fuggire, mutando forma più volte e trasformandosi in animali diversi, ma non ebbe scampo: i sanguinari Titani lo fecero a pezzi, lo gettarono in un calderone, lo bollirono e poi lo divorarono. Atena, accorsa in suo aiuto, non fece in tempo a evitare il massacro: tutto ciò che fu in grado di fare fu di strappare all’ingordigia dei Titani il cuore del fratellastro e di portarlo a Zeus. Il dio, a quel punto, lo ingoiò, facendolo poi rivivere nel corpo di Dioniso e rendendolo così immortale.
Consideriamo ora i paralleli che è possibile tracciare. Il primo – nonché uno dei più interessanti – è il binomio Persefone/Era, che nella fiaba del Ginepro diventa quello tra madre biologica/matrigna: la prima è la dispensatrice di vita, che però paga con la vita il prezzo della generazione di un figlio. Questo legame con la nascita connessa alla morte è perfettamente rappresentato dalla figura di Persefone, figlia di Demetra (dea ‘madre’ per antonomasia) ma sposa di Ade (divinità ctonia e infernale) [4]. La matrigna, invece, simboleggia il principio disgregatore, distruttore, ma ugualmente connesso alla vita e alla fertilità attraverso la rinascita: Era è a sua volta una divinità nel cui ambito di competenza rientravano molti aspetti collegati alla maternità, ma nei miti spesso e volentieri ella appare come vendicativa e terribilmente spietata nel punire sia le amanti di Zeus sia i figli che queste hanno avuto da lui. Eppure questa forza disgregatrice non porta a una distruzione infeconda, bensì prepara il terreno per una rigenerazione. Non sono pochi i casi, in fondo, in cui le vittime della persecuzione di Era alla fine raggiungono la vetta dell’Olimpo e diventano divinità fatte e finite [5]. Come riassume la Tatar, insomma, «the biological mother, as we have seen, becomes implicated, through her fertility and childbearing, in the cyclical rhythms of nature, which include decay and death. The step/mother, through her murder and dismemberment of the hero, becomes enmeshed in a process marked not only by death and mutilation, but also by birth and (re)creation» [6]. La figura del padre, a sua volta, risulta piuttosto affine in entrambe le narrazioni: sia il padre della fiaba sia Zeus risultano tutto sommato assenti, dotati di un ruolo marginale, che non ha certo la stessa autorità di quello della matrigna/di Era. È senza dubbio il principio femminile a farla da padrone sia nell’una sia nell’altra storia: quello maschile non offre protezione né difesa, è totalmente passivo, si limita ad avere una minima parte nella procreazione e questo è tutto [7].
Ancora, particolarmente interessante è la dinamica dell’assassinio del bambino. Se è vero che nel mito greco Era non uccide direttamente Zagreo, bensì dà mandato ai Titani di farlo (e dunque c’è uno sdoppiamento della colpa, vedremo poi che questo avrà il suo perché), in entrambi i casi la vittima viene adescata con l’inganno, e con un inganno che, in particolar modo, fa perno sulla dissimulazione. È particolarmente scioccante, nella fiaba dei Grimm, il modo in cui la matrigna induce il figliastro a prendere la mela dalla cassa: viene detto chiaro e tondo che i suoi modi sono insolitamente gentili e dolci. Anche nella variante inglese della fiaba, The Rose Tree, la matrigna maschera i propri intenti omicidi con una facciata materna. Ebbene, nel mito greco i Titani adescano l’ignaro Zagreo spargendo per il bosco giocattoli: così come i protagonisti delle fiabe non capiscono che i modi affettuosi delle matrigne sono ingannevoli maschere, anche Zagreo non riconosce nei giocattoli abbandonati i segni di una volontà fraudolenta e omicida, e infatti si lascia guidare da essi fin nel folto della foresta, dove i Titani lo aspettano. Insomma, ricorre questa ferocia mascherata da tenerezza, questa spietatezza sanguinaria che viene dissimulata con riferimenti ad un ideale infantile di dolcezza e calore.
Ancora più simile, nelle due versioni, è ciò che accade dopo: sia il bambino de Il Ginepro sia Zagreo finiscono a pezzi, bolliti e mangiati. La differenza più importante è che il primo viene divorato dal padre, mentre il secondo finisce nelle pance dei suoi stessi assassini, ma ciò che è davvero importante sotto questo punto di vista è la compresenza dello sparagmos, lo smembramento, e dell’omophagia, il conseguente consumo della carne. Entrambi questi momenti scandivano rituali ben precisi dell’antico sacrificio dionisiaco, e non è una cosa da poco, dunque, ritrovarli anche in questo apparentemente insospettabile contesto.
Un altro elemento comune è il principio della rinascita tramite una parte del corpo salvata dall’intervento di una sorella. Nella fiaba tedesca, Marlene raccoglie tutte le ossa del fratello nel suo fazzoletto più bello e le seppellisce sotto il ginepro, contribuendo così alla sua rinascita nelle fattezze dell’uccello. Nel mito greco, invece, troviamo Atena che accorre e che strappa ai Titani il cuore di Zagreo, portandolo a Zeus. Zeus lo ingoia [8] e lo rifà suo, per poi restituirlo ad un nuovo corpo, quello di Dioniso. Atena, essendo figlia di Zeus, è considerabile come sorellastra di Zagreo, dunque anche qui ritroviamo lo stesso, medesimo schema.
Infine, la fase della vendetta: la matrigna crudele viene schiacciata sotto il peso della macina di pietra ottenuta dall’uccellino in cambio del suo canto; Era, dal canto suo, essendo una dea olimpica non poteva certo essere uccisa o punita, ma i malvagi Titani sì, e infatti nel mito greco finiscono in cenere per il loro misfatto.
Ecco che quindi abbiamo – sebbene sommariamente – sottolineato i vari punti di contatto tra una fiaba e un mito greco strettamente connesso al ciclo di nascita-morte-rinascita. Questo apre senza dubbio un’importante finestra su un discorso che spesso non viene granché considerato, e di cui quindi sarebbe molto bello discutere maggiormente.
[1] Definirei in questo modo, infatti, la sorte toccata alla matrigna dei due bambini, che ha tentato di liberarsi di loro per poter avere più cibo a disposizione e poi, invece, è morta di fame.
[2] La fiaba circolava già prima della raccolta, e sembra fosse ampiamente apprezzata già allora: Goethe, nel suo Faust, fa una citazione direttissima alla vicenda quando fa cantilenare alla povera Gretchen in carcere la stessa canzone dell’uccellino, appena appena alterata per esigenze drammatiche: «Meine Mutter, die Hur, / die mich umgebracht hat! / Mein Vater, der Schelm, / der mich gessen hat! / Mein Schwesterlein klein / Hub auf die Bein / An einem kühlen Ort; / Da ward ich ein schönes Waldvögelein; / Fliege fort, fliege fort!»
[3] La descrizione iniziale della gravidanza della madre, letteralmente scandita dal ciclo della luna e delle stagioni, è quasi sconvologente, in questo senso. C’è da sottolineare, però, che solo la versione dei Grimm si apre con una tale soluzione, che del resto appare fin troppo poetica e manierata per essere squisitamente autentica: in effetti è molto più probabile che si tratti di un contributo dovuto alla penna di Runge, il primo che registrò per iscritto la fiaba, la cui versione sicuramente influenzò quella composta poi dai fratelli di Hanau.
[4] Rimando al sito per ulteriori informazioni sul mito del ratto di Persefone, universalmente noto come un’allegoria del ciclo stagionale, nel quale la dea rappresenta appunto il principio della vita che d’inverno è imprigionato negli inferi ma che risboccia puntualmente ogni primavera.
[5] Eracle è sicuramente l’esempio più immediato, ma ricorderei che anche Dioniso, figura importante nel nostro discorso, ha provato sulla sua pelle le ritorsioni di Era.
[6] Off with their heads! Fairy tales and the culture of childhood, Princeton 1992, p. 224.
[7] L’eccezione a questa regola, nel mito di Zagreo, corrisponde a ciò che fa Zeus dopo lo smembramento del bambino: ingoiandone il cuore e trasmettendo il suo principio vitale in un nuovo figlio, Dioniso, Zeus assume a tutti gli effetti un ruolo primario nella dinamica di rigenerazione. Nello stesso mito di Dioniso, Zeus salverà il feto immaturo del dio dalla pancia della madre morta per cucirselo nella coscia e fungere da ‘utero improprio’. Tuttavia credo che sia ugualmente possibile ritrovare sia nel mito greco sia nella fiaba tedesca una certa affinità considerando che sia la tomba della madre, sotto il ginepro, sia il corpo del padre sono di per sé ‘luoghi’ accomunati dal fatto di essere l’opposto del grembo materno: mortifera la prima, sterile il secondo, entrambi rappresentano ciò da cui non ci si aspetta in nessun caso il prorompere della vita.
[8] Ecco, di nuovo, il padre che mangia il figlio. Interessante, poi, che anche nel mito di Zagreo si faccia riferimento al seppellimento delle sue ossa, che vengono portate a Delfi, l’ombelico del mondo per i Greci.
Gaudio e giubilo, ieri mi sono stati spediti i libri che avevo ordinato! Nell'attesa, e anche per preparare il terreno per il prossimo post, ecco di seguito il testo della fiaba [1].
Molto tempo fa, saran duemila anni, c'era un ricco, che aveva una moglie bella e pia; si amavano molto, ma non avevano figli, e, per quanto li desiderassero e la donna li chiedesse giorno e notte nelle sue preghiere, i figli non venivano mai. Davanti alla loro casa, in cortile, c'era una pianta di ginepro. Una volta, d'inverno, la donna era sotto il ginepro che sbucciava una mela, e sbucciandola si tagliò un dito e il sangue cadde sulla neve. "Ah" disse la donna con un profondo sospiro, e tutta mesta guardava quel sangue, "avessi un bambino, rosso come il sangue e bianco come la neve!" Non aveva finito di parlare che si rasserenò, come per un presentimento. Andò a casa: e passò una luna, la neve scomparve; dopo due lune, la terra rinverdì; dopo tre lune, spuntarono i fiori; dopo quattro lune, tutti gli alberi del bosco erano in succhio e i rami verdi s'aggrovigliavano fitti; gli uccellini cantavano così che ne risonava tutto il bosco e i fiori cadevano dagli alberi; era passata la quinta luna, e la donna se ne stava sotto il ginepro, e l'odor della pianta era così dolce che il cuore le scoppiava di gioia, ed ella cadde in ginocchio ed era fuor di sé; e dopo la sesta luna, i frutti presero a ingrossare, ed ella si quietò; e alla settiman luna, colse bacche di ginepro e le mangiò avidamente, e diventò triste e si ammalò; passò l'ottava luna, ed ella chiamò suo marito e disse piangendo: "Se muoio, seppelliscimi sotto il ginepro". Poi si consolò, rallegrata, finché un'altra luna, la nona, fu trascorsa: allora le nacque un bimbo, bianco come la neve e rosso come il sangue e, quando lo vide, tanta fu la gioia ch'ella morì.
Suo marito la seppellì sotto il ginepro e pianse amaramente; dopo qualche tempo cominciò a chetarsi, pianse un po' e poi cessò di piangere; e, dopo un altro po', riprese moglie.
Dalla seconda moglie ebbe una figlia, mentre dalla prima gli era nato un maschietto, rosso come il sangue e bianco come la neve. Quando la donna guardava la figlia, le voleva tanto bene; ma quando guardava il bambino, si sentiva trafiggere il cuore e le pareva ch'egli le fosse d'impaccio in ogni cosa. Pensava sempre come potesse far avere a sua figlia tutta l'eredità; ispirata dal Maligno, prese in odio il ragazzo e lo cacciava da un angolo all'altro, e gli dava spinte e pugni, così che il povero bambino viveva nel terrore, quando usciva da scuola, non aveva più pace.
Una volta la donna era salita in camera; vi salì anche la figlioletta e disse: "Mamma, dammi una mela". "Sì, bimba mia" disse la donna, e tirò fuori dal cassone una bella mela; il cassone aveva un grosso, pesante coperchio, con una grossa, tagliente serratura di ferro. "Mamma" disse la figlioletta, "non ne darai una anche a mio fratello?". La donna si stizzì, ma disse: "Sì, quando torna da scuola". E quando dalla finestra lo vide arrivare, fu proprio come invasata dal diavolo; strappò la mela a sua figlia, dicendo: "Non devi averla prima di tuo fratello". Gettò la mela nel cassone e la chiuse; e quando il bimbo entrò, ispirata dal Maligno, gli disse con finta dolcezza: "Figlio mio, vuoi una mela?" e lo guardò stravolta. "Mamma" disse il bambino, "hai una faccia che fa paura! Sì, dammi una mela!". Le parve di dovergli fare animo. "Vieni con me" disse, e sollevò il coperchio: "Prendi una mela". E quando il bimbo si chinò, il diavolo la consigliò e, paff! ella sbatté il coperchio, così che la testa schizzò via e cadde fra le mele rosse. Allora ella fu presa da spavento e pensò: "Potessi allontanare questo da me!" Andò di sopra nella sua camera, prese dal primo cassetto del suo canterano un fazzoletto bianco, appoggiò di nuovo la testa sul collo e lo fasciò con un fazzoletto, così che non si vedeva niente; poi mise il bambino, con la mela in mano, su una sedia davanti alla porta.
Poco dopo Marilena andò in cucina da sua madre che, davanti al folocare, stava rimestando una pentola d'acqua calda. "Mamma" disse Marilena "mio fratello è seduto davanti alla porta ed è tutto bianco, e ha in mano una mela; l'ho pregato di darmela, ma non mi ha risposto; e mi sono spaventata".
"Vacci ancora" disse la madre "e se non vuol risponderti, dagli uno scapaccione".
Marilena andò a dirgli: "Fratello, dammi la mela!" ma egli tacque ed ella gli diede uno scapaccione; e la testa cadde. Ella si spaventò e si mise a piangere e a singhiozzare. Corse da sua madre e disse: "Ah, mamma! Ho mozzato la testa a mio fratello!" e piangeva, e piangeva, e non voleva darsi pace.
"Marilena" disse la madre "Cos'hai fatto! Ma chetati, che nessuno se ne accorga; tanto non c'è più rimedio: lo faremo in salsa agra".
La madre prese il bambino e lo fece a pezzi, lo mise in pentola e lo fece bollire nell'aceto. Marilena, lì vicino, piangeva e piangeva, e le lacrime cadevan tutte nella pentola e non c'era bisogno del sale.
Tornò a casa il padre, sedette a tavola e disse: "Dov'è mio figlio?" E la madre portò un piatto grande pieno di carne in salsa agra. Marilena piangeva, senza potersi frenare. Il padre ripeté: "Dov'è mio figlio?" "Ah" disse la madre, "Se n'è andato in campagna, dal prozio; vuol fermarsi un po' là". "Che ci va a fare? E non mi ha neanche salutato!" "Beh, aveva voglia di andarci e mi ha chiesto se poteva rimanerci sei settimane. Sarà trattato bene." "Ah" disse l'uomo, "Come mi spiace! Non va, avrebbe dovuto dirmi addio". Cominciò a mangiare e disse: "Marilena, perché piangi? Tuo fratello tornerà! Ah, moglie" disse poi: "Com'è buona questa roba! Dammene ancora". Più ne mangiava, più ne voleva e diceva: "Dammene ancora, a voi non ne tocca: mi par tutto mio". E mangiava, mangiava, buttando tutte le ossa sotto la tavola, finché ebbe finito. E Marilena andò a prendere il suo più bel fazzoletto di seta, dall'ultimo cassetto del suo canterano, raccolse tutte le ossa e gli ossicini che eran sotto la tavola, li legò nel fazzoletto e li portò fuori, piangendo lacrime di sangue. Li mise nell'erba verde sotto il ginepro, e quando l'ebbe fatto si sentì subito rasserenata e non pianse più. E il ginepro cominciò a muoversi, e i rami si scostavano e poi si riunivan di nuovo, come quando uno si rallegra e fa così con le mani. Dalla pianta uscì una nuve, e nella nube pareva ardesse un fuoco; e dal fuoco volò fuori un bell'uccello, che cantava meravigliosamente, e s'innalzò a volo nell'aria; e quando fu scomparso, il ginepro tornò come prima e il fazzoletto con le ossa era sparito. E Marilena era sollevata e contenta, prorio come se il fratello fosse ancora vivo. Tornò a casa tutta allegra, si mise a tavola e mangiò.
Ma l'uccello volò via, si posò sulla casa di un orefice e si mise a cantare:
Mia madre mi ammazzò,
mio padre mi mangiò,
mia sorella Marilena
l'ossa mie tutte raduna;
nella seta le ha legate,
sotto il ginepro celate.
Ciuì, ciuì, che bell'uccello è qui!
L'orefice era in bottega e lavorava una catena d'oro; udì l'uccello cantare sul suo tetto e quel canto gli parve bellissimo. Si alzò e uscendo perse una pantofola, ma andò lo stesso in mezzo alla strada con una pantofola e un calzerotto. Aveva il suo grembiule di cuoio e in una mano teneva la catena d'oro e nell'altra le tenaglie; e il sole splendeva e illuminava tutta la strada. Si fermò e guardò l'uccello. "Uccello" disse, "Come canti bene! Cantami ancora la tua canzone". "No" disse l'uccello, "Non canto due volte gratis: dammi la catena d'oro e te la canterò di nuovo". "Eccoti la catena d'oro" disse l'orefice: "Cantamela ancora!"
Allora l'uccello volò a prender la catena d'oro, la prese con la zampa destra, si posò davanti all'orefice e cantò:
Mia madre mi ammazzò,
mio padre mi mangiò,
mia sorella Marilena
l'ossa mie tutte raduna;
nella seta le ha legate,
sotto il ginepro celate.
Ciuì, ciuì, che bell'uccello è qui!
Poi l'uccello volò alla casa di un calzolaio, si posò sul tetto e cantò:
Mia madre mi ammazzò,
mio padre mi mangiò,
mia sorella Marilena
l'ossa mie tutte raduna;
nella seta le ha legate,
sotto il ginepro celate.
Ciuì, ciuì, che bell'uccello è qui!
Il calzolaio l'udì e corse davanti alla porta in maniche di camicia; guardò sul tetto e dovette ripararsi gli occhi con la mano, perché il sole non l'abbagliasse. "Uccello" disse "Come canti bene!" E chiamò dalla porta: "Moglie, esci: c'è un uccello che canta così bene! Vieni a vedere!". Poi chiamò anche sua figlia, i figli e i garzoni, il servo e la serva; e andarono tutti sulla strada a veder l'uccellino: era così bello, con le sue piume rosse e verdi, e attorno al collo sembrava d'oro schietto, e gli occhi gli brillavano come stelle. "Uccello" disse il calzolaio "cantami ancora la tua canzone". "No" disse l'uccello, "non canto due volte gratis, devi regalarmi qualcosa". "Va' in solaio, moglie" disse l'uomo, "sull'asse più alta c'è un paio di scarpe rosse: portale qui". La donna andò a prender le scarpe. "Eccoti, uccello!" disse l'uomo, "ora cantami di nuovo la tua canzone". L'uccello andò a prender le scarpe con la zampa sinistra, poi volò sul tetto e cantò:
Mia madre mi ammazzò,
mio padre mi mangiò,
mia sorella Marilena
l'ossa mie tutte raduna;
nella seta le ha legate,
sotto il ginepro celate.
Ciuì, ciuì, che bell'uccello è qui!
Finito il canto, volò via: aveva la catena nella zampa destra e le scarpe nella sinistra e volò lontano, a un mulino, e il mulino girava: clipp clapp, clipp clapp, clipp clapp. E nel mulino c'erano venti garzoni, che battevano una macina col martello: tic tac tic tac tic tac; e il mulivo girava: clipp clapp clipp clapp clipp clapp. Allora l'uccello volò su un tiglio davanti al mulino e cantò:
Mia madre mi ammazzò,
e uno smise di lavorare
mio padre mi mangiò,
altri due smisero di lavorare e ascoltarono
mia sorella Marilena
altri quattro smisero di lavorare
l'ossa mia tutte raduna;
nella seta le ha legate,
otto battevano ancora
sotto il ginepro
ancora cinque
celate.
ancora uno.
Ciuì, ciuì, che bell'uccello è qui!
Allora anche l'ultimo smise di lavorare e poté ancora sentir la fine. "Uccello" disse, "come canti bene! Lascia che senta anch'io, cantalo di nuovo". "No" disse l'uccello, "non canto due volte gratis; dammi la macina e te lo canterò di nuovo". "Sì" disse quello, "se fosse stolanto mia te la darei". "Sì" dissero gli altri, "se canta di nuovo, l'avrà". Allora l'uccello scese e i mugnai, tutti e venti, diedero mano a una leva e sollevarono la macina: "Oh, oh, op! Oh, oh, op! Oh, oh, op!" L'uccello vi infilò il capo e se la mise come un collare; poi tornò sull'albero e cantò:
Mia madre mi ammazzò,
mio padre mi mangiò,
mia sorella Marilena
l'ossa mie tutte raduna;
nella seta le ha legate,
sotto il ginepro celate.
Ciuì, ciuì, che bell'uccello è qui!
Finito il canto, stese le ali e aveva nella zampa destra la catena, nella sinistra le scarpe e attorno al collo la macina; e volò via, alla casa di suo padre.
Nella stanza il padre, la madre e Marilena erano a tavola, e il padre disse: "Ah, che gioia! Mi sento felice!" "No" disse la madre, "Io ho paura, come quando viene un gran temporale". E Marilena se ne stava seduta, e piangeva e piangeva. Ed ecco arrivò l'uccello e, quando si posò sul tetto, "Ah" disse il padre, "Che gioia! Come splende il sole là fuori! È come se dovessi rivedere un vecchio amico!" "No" disse la donna, "io ho tanta paura: mi battono i denti e mi par di avere il fuoco nelle vene". E si strappò il corpetto e il resto. E Marilena se ne stava seduta in un angolo e piangeva, tenendo il grembiule davanti agli occhi, e lo bagnava di lacrime. Allora l'uccello si posò sul ginepro e cantò:
Mia madre mi ammazzo,
e la madre si tappò le orecchie e chiuse gli occhi per non vedere e non sentire, ma nelle orecchie aveva il frgore della tempesta e i suoi occhi bruciavano e vedevano lampi.
mio padre mi mangiò,
"Ah, mamma!" disse l'uomo: "C'è là un bell'uccello che canta così bene! E il sole è così caldo! E c'è proprio odor di cinnamomo."
mia sorella Marilena
Allora Marilena mise la testa sulle ginocchia e pianse dirottamente, ma l'uomo disse: "Vado fuori, devo veder l'uccello da vicino." "Ah, non andare!" disse la donna: "Mi par che tremi tutta la casa e che sia in fiamme". Ma l'uomo uscì a guardar l'uccello.
l'ossa mie tutte raduna;
nella seta le ha legate,
sotto il ginepro celate.
Ciuì, ciuì, che bell'uccello è qui!
E l'uccello lasciò cadere la catena d'oro, proprio intorno al collo dell'uomo, e gli si adattava giusta giusta. L'uomo entrò e disse: "Vedessi che bell'uccello! Mi ha regalato una catena d'oro ed è così bello!" Ma la donna ebbe una gran paura e piombò lunga distesa nella stanza, e la cuffia le cadde di testa. E l'uccello cantò di nuovo:
Mia madre mi ammazzò,
"Ah, fossi mille braccia sottoterra, che non dovessi sentirlo!"
mio padre mi mangiò,
La donna stramazzò, come fosse morta.
mia sorella Marilena
"Ah" disse Marilena, "voglio uscire anch'io; chissà che l'uccello non mi regali qualcosa!" E uscì.
l'ossa mie tutte raduna,
nella seta le ha legate,
E le gettò le scarpe
sotto il ginepro celate.
Ciuì, ciuì, che bell'uccello è qui!
Allora Marilena si sentì lieta e contenta. Infilò le scarpine rosse, si mise a ballare e corse in casa. "Ah" disse, "ero così triste quando sono uscita, e adesso son così allegra! Che splendido uccello! Mi ha regalato un paio di scarpe rosse!" "No!" disse la donna, e saltò in piedi e i capelli le si rizzarono come fiamme: "Mi sembra che debba crollare il mondo; uscirò anch'io: chissà che non stia meglio!"
E quando oltrepassò la soglia, pac! L'uccello le buttò in testa la macina, che ne fece poltiglia. Il padre e Marilena sentirono e corsero fuori: fumo e alte fiamme si sprigionarono dal suolo e, quando tutto svanì, ecco il fratellino, che prese per mano suo padre e Marilena; e tutti e tre felici entrarono in casa e si misero a tavola a mangiare.
[1] Viene riportata la traduzione di Clara Bovero, a parer mio la migliore che abbia letto, presente nell'edizione Einaudi delle Fiabe del Focolare (Torino 1951).
Un interessantissimo caso di sopravvivenza di culti e rituali precristiani connessi al periodo invernale, nonché di contaminazione suggestiva tra culture diverse (germanica, latina, slava e anche cristiana) è quello dei Krampus, una tradizione che è tutt’oggi mantenuta in vita in molte zone dell’arco alpino italiano ed europeo (dalla Germania, all’Italia, all’Austria fino ad arrivare in Croazia) e che richiama moltissimi curiosi. Niente da dire, oltre che affondare le proprie radici in un passato che ormai nessuno conosce più (e anche a livello di studio antropologico, è difficile risalire alla sua cellula madre), la festa è un’occasione di rara suggestione e fascinazione proprio per tutti, dai bambini agli adolescenti agli adulti. Che si creda o meno, che si sia scettici o meno, difficile non farsi aggrovigliare le viscere al rumore dei campanacci che si avvicinano... Krampus è un termine che, secondo la maggior parte degli studiosi, deriverebbe dal germanico Kramp, ossia ‘artiglio’: già questo vi dovrebbe far capire che non stiamo parlando di rievocazioni granché composte e inoffensive... essi rappresenterebbero le forze maligne e pericolose della Terra che, con l’avvicinarsi del solstizio d’inverno, emergono assieme alle tenebre e minacciano la sicurezza degli uomini. Non è un caso che vengano accompagnati dalle forze del Bene per eccellenza del periodo natalizio, il caro vecchio San Nicola, con tanto di barbona bianca lunga fino ai piedi: in effetti sarebbe vero il contrario, e cioè che sono i krampus ad accompagnare San Nicola, il loro addomesticatore, ma ormai i vero protagonisti dell’evento sono diventati loro. Beh, bisogna ammettere che, quanto a potenza evocativa, non temono proprio rivali!
Ma che cosa sono, esattamente, i krampus? Beh, sono sostanzialmente dei diavoli, dei demoni orribili, vestiti di pelle e stracci logori e puzzolenti, con corna enormi sulla testa e bastoni saldi in mano. Il 5 dicembre, appena si fa sera, essi escono dal bosco scuotendo i loro campanacci e facendosi luce con le fiaccole, e si muovono verso le vie della città. Fuoco, orribili volti demoniaci, puzza di animale selvatico, baccano – è proprio il caso di dirlo! – d’inferno sono già elementi alquanto inquietanti, ma c’è di più: man mano che i krampus cominciano a popolare il centro della città che infestano, la loro tracotanza si fa sempre più sfacciata, e poveretti quegli incauti passanti che si faranno sorprendere per le strade! Quei bastoni che si portano appresso non sono semplici strumenti da passeggio, questo è poco ma sicuro.
La mascherata dei krampus, nella sua essenza più intima, sembra essere stata un rito di passaggio: fin da piccolissimi i bambini delle zone entravano in contatto con questi mostri brutti e cattivi (impersonati, tra l’altro, da figuranti che facevano parte di una vera e propria associazione segreta: nessuno doveva scoprire chi ci fosse sotto le maschere) che, ogni anno, giungevano dal folto della foresta col compito espresso di terrorizzarli: no, non si tratta di una conseguenza del loro aspetto diabolico, voglio precisarlo, il krampus è davvero uno spauracchio che gode del seminare paura ovunque. Moltissimi giovani e non più giovani, intervistati, hanno ammesso candidamente di aver vissuto momenti di puro panico, da piccoli, quando, in casa, sentivano i campanacci che si facevano sempre più vicini, e quando cominciavano a distinguere le luci delle fiaccole dalla finestra. Ma se i bambini preferiscono rimanersene tappati in casa, a scrutare con gli occhi sgranati la processione infernale dei mostri venuti dal bosco, i ragazzini più grandicelli e gli adolescenti maturano nei confronti dei krampus un aperto atteggiamento di sfida: benché bastonino – e non c’è da scherzare, bastonano davvero, e forte! – i malcapitati che gli capitano a tiro, sfidare il krampus e riuscire a vincere il suo assalto resistendo ai colpi significa diventare uomini. In termini più generici, il krampus dunque rappresenta la paura infantile che, con la crescita, dev’essere affrontata e vinta per poter diventare davvero adulti.
Accanto a questa dimensione di puro rito di passaggio, col tempo s’è depositato uno strato tradizionale più specificamente connesso al Natale, quello dello scambio dei regali. E, tanto per sfruttare questo formidabile spauracchio a scopo educativo, si è pensato di potenziare le conseguenze per i ‘bambini cattivi’ facendo portare i regali sì al buon pacioso San Nicolo, ma assieme al suo codazzo di diavoli scatenati... purtroppo per i bambini, le gerle con i dolcetti le portano proprio i krampus. Guai ad aver fatto i furbi, a quel punto!
I krampus furoreggiano per ore battendo i giovani che li sfidano, ma non solo, anche i semplici curiosi e passanti, rincorrendo anche vecchi e bambini, senza pietà per nessuno. Per le strade riecheggiano i loro campanacci e si vedono solo i bagliori dei loro fuochi, al punto che sembra non ci sia più via di scampo. Poi, nel momento più buio della notte, d’improvviso torna il silenzio e le loro torce e falò di spengono. I krampus e San Nicolò sono scomparsi e non c’è modo di ritrovarli. Bisognerà aspettare un altro anno per vederli di nuovo girare per le strade. E, che ci crediate o no, si tratta di un appuntamento che si aspetta con grande impazienza...
Domani, 21 dicembre, è la festa di Yule. Per tutti quelli che, come me, si deprimono a Natale vedendo come tutti i peggiori esemplati di essere umani fingono di diventare più buoni, salvo poi togliersi il cappellino da Babbo Natale il 26 e tornare a essere il solito Bogeyman, inserisco questo post che contiene un semplice link ad una pagina del bel sito Trigallia, la quale spiega le origini della festa in modo piuttosto chiaro e fa tornare un po' di rispetto per il Natale e per il suo significato più antico e simbolico (eliminando dalla testa il suono orrendo della pubblicità della Bauli).
Siano luce e rinascita, quindi, anche per chi come me è laico e prevalentemente cinico.
Una curiosità risaputa (ma no tutti qui sanno l'inglese, giusto?): il Ballo del Ceppo, nel libro "Harry Potter e il Calice di Fuoco", che si teneva poco prima di Natale, in lingua originale era il Ballo di Yule. Probabilmente alla Salani non piaceva la parola straniera e ha preferito un vago rifeimento al ceppo di Yule...
Somewhere in a hidden memory
Images float before my eyes
Of fragrant nights of straw and of bonfires
And dancing till the next sunrise. Loreena McKennitt, All Souls Night
Tenete gli occhi aperti, ché stanotte tutto può succedere, o almeno così ci raccontano i nostri antenati e le loro millenarie tradizioni, nordiche o mediterranee che siano. Si fa un gran parlare di Halloween, nel bene e nel male, lo si festeggia (in generale pessimamente, tenendo conto che si cerca di imitare un modello importato passivamente e in una logica abbastanza squallida di consumismo) o lo si osteggia (come uno tsunami di presunto paganesimo che attenta alla Vera Fede o alla Ragione del XXI secolo), ma tanto il 31 ottobre arriva ogni anno ugualmente e con esso l'eco di Samhain e delle varie feste analoghe elaborate da popolazioni diverse da quelle celtiche, che - altrettanto attente ai mutamenti del ciclo stagionale - si preparavano all'ingresso nel periodo 'buio', in attesa del ritorno della luce a primavera. La ruota gira come ogni anno, da milioni e milioni di anni, e di nuovo il dio o la dea sta cominciando a morire, ma solo per sconfiggere la morte esattamente nel momento più cupo: uno schema che ricorre davvero in tantissime culture del mondo, anche in insospettabili tradizioni religiose che presumibilmente si dovrebbero discostare da quello che considerano 'ciarpame di idolatria'...
A dicembre si accenderà il ceppo di Jol, e si celebrerà col solstizio la vittoria della luce sulle tenebre. Ma oggi è ancora presto, e ci stiamo addentrando nel periodo dell'anno in cui il giorno lascerà progressivamente sempre più spazio alla notte e a tutti gli esseri che si associano ad essa: folletti, elfi, spiriti, streghe, fantasmi. Stanotte il confine tra il loro mondo e il nostro si farà più sottile del solito, o almeno così si credeva.
Al giorno d'oggi, nelle celebrazioni vuote e ignoranti di una festa come Halloween, si tende a pensare che tutto ciò sia un male, qualcosa da cui difendersi. In realtà non tutte le culture originarie che questo Halloween, di fatto, l'hanno inventato la pensavano allo stesso modo. I Celti, per esempio, lungi dall'aver paura dei propri antenati, erano ben felici di illuminare loro le strade per aiutarli ad orientarsi, nonché di preparare per loro offerte di cibi. Un po' più preoccupati parevano essere i Greci, invece, che tanto per mettere le mani avanti non disdegnavano di prendere delle precauzioni nei confronti dei morti; ma anche loro in determinate feste li accoglievano nelle loro case e cucinavano per loro. I Romani, dal canto loro, festeggiavano Pomona, dea silvestre dei frutti, e usavano travestirsi da esseri spaventosi e bruciare effigi nel fuoco. Anche in questo caso ritornano i tre elementi chiave: il fuoco (=la luce), l'elemento spaventoso e l'offerta di cibo (= riferimento alla fertilità e al raccolto).
Se invece oggi dovessimo cercare di rilevare i simboli di quello che può essere considerato il nipotino di queste tradizioni antichissime, cioè appunto Halloween, sicuramente questi sarebbero le zucche, le maschere e gli scherzi. Come mai si è passati dall'offerta di cibo ai morti al racket dei dolcetti da parte di bambini mascherati da mostriciattoli? E che c'entrano le zucche intagliate?
Alla prima domanda è abbastanza facile rispondere, facendo per un attimo un passo indietro e tornando alle usanze dei Celti: come si era detto sopra, essi non temevano affatto il ritorno dei loro morti. Quel che temevano, però, erano le incursioni nel mondo degli uomini da parte delle fate e degli elfi. Tali esseri, di cui era sempre meglio diffidare, potevano infatti tendere tranelli anche pericolosi agli esseri umani, ed era da loro che bisognava guardarsi assolutamente. Le mascherine dei bambini e il loro mantra "dolcetto o scherzetto" sarebbero, insomma, il risultato della simbiosi simbolica tra il morto che ha diritto ad un'offerta di cibo e il goblin pronto a chissà quale tiro mancino ai danni della casa visitata.
Quanto alle zucche intagliate in modo da trasformare un innocuo ortaggio in una faccia terrificante, l'usanza si rifà alla leggenda di Jack O' Lantern, un contadino irlandese che la fece proprio grossa: Jack, infatti, era riuscito ad intrappolare nientemeno che il diavolo [1], e lo aveva liberato ad una sola condizione: che, una volta morto, non lo avesse fatto entrare all'inferno. Il diavolo promise, e Jack visse nei bagordi, tranquillo che comunque la sua condotta non lo avrebbe portato a bruciare nelle fiamme eterne dopo la morte. Ma Jack aveva solo ottenuto di non finire all'inferno: nessuno gli aveva promesso il paradiso. Così, quando morì e si vide respinto sia dal cielo sia dagli inferi, non gli restò che rimanere sulla terra. Intagliò una zucca per metterci dentro una candela e usarla come torcia, e cominciò da quel giorno a girovagare per le strade del mondo. Si diceva che nel giorno di Halloween Jack si mette alla ricerca di una casa: se però trova in essa una zucca illuminata che lo guarda digrignando i denti, allora sa che lì dentro non sarà gradito e passa oltre.
[1] Ricordiamo che, nelle leggende delle zone un tempo abitate dai Celti, la figura dei diavolo non assomiglia tanto a quello di evangelica memoria, e appare più che altro la cristianizzazione di figure di fate, elfi e folletti.
Tra tutte le tipologie precedentemente elencate, particolarmente importanti sono gli onryo, soprattutto per la loro fitta presenza come soggetti artistici. Se insomma fantasmi come gli zashiki-warashi sono protagonisti più che altro di dicerie e di superstizioni, gli onryo sono stati immortalati da drammaturghi e pittori, nonché dall’ukiyo-e, l’arte delle stampe giapponesi. Di conseguenza il loro effetto sull’immaginario collettivo è stato molto più dirompente, e per questo vorrei spendere un po’ più di parole su di loro.
Non mancano, in Occidente, gli spiriti vendicativi. Gli scandinavi Utburd, ad esempio, sono i fantasmi dei bambini esposti dai loro genitori che tornano per prendere la vita delle madri che li hanno abbandonati condannandoli a morte. La differenza principale tra i nostri fantasmi votati alla vendetta e gli onryo sta nel fatto che in Occidente generalmente la dinamica torto/rivalsa risponde a una logica di giustizia: lo spettro ritorna per punire chi l’ha danneggiato. È un vendicatore nel vero senso della parola, dunque. In Giappone, invece, questo non succede necessariamente. A volte la furia dell’onryo è talmente profonda e scatenata che finisce per mietere vittime totalmente innocenti, che nulla avevano a che fare con le vicende tristi che hanno portato alla sua morte.
Questa, bisogna dirlo, non è una regola fissa, così come non è sempre vero che i fantasmi nostrani si limitano a tornare per regolare i propri conti con chi di dovere: tuttavia è più facile imbattersi in racconti in cui l’onryo si sfoga su innocenti (o perlomeno anche su innocenti) che non il contrario. Per comprendere meglio questo discorso, consideriamo alcuni dei kaidan più famosi: BanchÅ Sarayashiki, Yotsuya Kaidan e Furisode.
BanchÅ Sarayashiki è la storia di Okiku, la ragazza del pozzo. Ci sono più versioni della vicenda, anche perché è diventata un soggetto molto rappresentato dal teatro kabuki e quindi sono state numerose le reinterpretazioni, ma quella più semplice (e dunque, presumibilmente, più primitiva) racconta di una bella ragazza, domestica di un samurai, che rifiuta le avances del padrone. Quest’ultimo allora nasconde uno dei suoi preziosi dieci piatti accusando poi la giovane di averlo rotto, ma le offre il perdono in cambio dei suoi favori sessuali. Okiku rifiuta ancora una volta e a quel punto il samurai, folle di rabbia, la uccide e la getta nel pozzo. Ma da esso, ogni notte, comincia a sentire una voce contare fino a nove, e a quel punto lanciare un grido lamentoso che, dopo poco tempo, lo rende pazzo.
Yotsuya Kaidan invece parla di Oiwa, che viene avvelenata dal marito Iyemon, desideroso di concludere un nuovo matrimonio più vantaggioso con un’altra donna. Il veleno non la uccide, ma la deturpa al punto che la poveretta muore per il dolore. Il suo fantasma, però, comincia a tormentare il marito assassino comparendogli ovunque. Il giorno del matrimonio, soprattutto, Oiwa fa in modo di apparire al posto della sposa, terrorizzando Iyemon tanto da fargli sguainare la spada e decapitarla, per accorgersi solo troppo tardi di aver ucciso in realtà la sposina. Stessa sorte capita al neo-suocero, per motivi analoghi, e da quel momento Iyemon è costretto a una fuga continua, sempre braccato dallo spettro della moglie, finché non viene rintracciato dal fratello della sposa decapitata, che lo ammazza a sangue freddo e mette così la parola fine alla vicenda.
Furisode, infine, racconta di una donna che, in fin di vita, maledice il suo kimono più bello in modo che chiunque altro lo indossasse fosse condannato a morire per questo.
Nel caso del primo racconto, abbiamo uno schema che ci è familiare e che rientra infatti nei termini della Giusta Punizione: Okiku tormenta il suo assassino e alla fine ottiene la sua vendetta su di lui. Il samurai è la sua unica vittima, e con la perdita del senno da parte sua l’onryo si placa.
Nel caso di Oiwa, invece, possiamo notare come l’azione del fantasma sia più subdola e terribile nel suo genere: se è innegabile che la vittima principale della persecuzione dello spirito sia il marito che ha causato la sua morte, è innegabile anche che Oiwa trova la sua vendetta in modo indiretto, passando per gli assassinii della nuova moglie e del suocero.
In Furisode, poi, la vendetta dell’onryo è ancora più tremenda: essa non si scatena su veri colpevoli, ma su persone che semplicemente fanno l’errore di indossare un capo maledetto. Manca qui totalmente il nesso colpa/punizione, tutto sta all’arbitrio e al capriccio del potentissimo spirito inquieto . E in effetti, da un punto di vista orrorifico, è ben più spaventosa l’idea che la vendetta di un fantasma possa colpire arbitrariamente, senza una vera logica, buoni e cattivi: in tal caso, infatti, non c’è niente che a priori si possa fare (o evitare di fare) per prevenire un tale attacco sovrannaturale. Nemmeno comportarsi bene [1].
[1] Il moderno J-Horror si rifà soprattutto a quest’ultimo tipo di onryo: così come Sadako (Ringu) colpisce indiscriminatamente chiunque guardi il suo video (e di certo nessuno dei telespettatori è davvero responsabile della sua morte), anche Kayako (Ju-On) si vendica su chiunque entri nella sua casa, di nuovo indipendentemente dall’innocenza o dalla colpevolezza degli interessati.
Ora siamo in grado di riconoscere fisicamente un fantasma giapponese. Tuttavia, a sua volta, quella di yurei è una categoria generale che contiene dei – per così dire – sottogruppi. Questo perché, come si diceva, i motivi che impedivano allo spirito di trovare la pace potevano essere diversi. E se, come giustamente dice Tim Screech[i], «a yurei is a purpose», essi si differenzieranno a seconda di qual è l’obiettivo per cui rimangono in questo mondo. Considerando la produzione folklorica giapponese, si è potuto suddividere la popolazione fantasmatica del Sol Levante in questi gruppi:
Onryo – sono anime che cercano vendetta. Nel novantanove per cento dei casi sono donne tornate dalla tomba per vendicarsi della loro morte ingiusta e solitamente violenta. I più spietati fantasmi giapponesi appartengono proprio a questo gruppo: è interessante, sociologicamente e psicologicamente parlando, che una società come quella orientale – nella quale non si può dire che la donna avesse un grande potere d’azione, né, di conseguenza, una grande capacità di difendersi – fosse tanto temuta in tali panni. Se in vita la componente femminile era fragile e indifesa, con la morte essa acquistava un potere terribile e una crudeltà quasi cieca a cui era difficilissimo e costosissimo porre rimedio.
Ubume – sono i fantasmi delle madri morte di parto, oppure che sono defunte quando i loro figli erano ancora molto piccoli. Il loro obiettivo è tornare per prendersi cura dei figli abbandonati: secondo la cultura giapponese, infatti, tale era il compito di una madre. Da questo si capisce come, in realtà, a differenza degli onryo gli ubume non siano pericolosi: quello che vogliono fare è proteggere, non punire. È molto tenera, fra l’altro, la credenza per la quale porterebbero dolci ai loro bambini: ciò che rappresentano è l’amore di una madre che supera la morte.
Goryo – se gli onryo sono anime inquiete di donne alla ricerca di vendetta, i goryo sono il loro corrispettivo maschile e artistocratico. Si scatenano sui loro nemici in modo più distruttivo, rispetto agli onryo, scegliendo ad esempio di provocare tifoni o terremoti. Il loro modus operandi, insomma, è più sbrigativo e squisitamente violento, quello degli onryo, come vedremo più avanti, più crudele e torturatore.
Jibakurei – ecco come vengono chiamati i fantasmi dei suicidi o di coloro che sono morti con dei rimpianti. Tendono ad essere legati ad un particolare luogo che infestano.
Funayurei – sono le anime dei morti in mare. Tenendo conto delle storie che si raccontano su di loro, sembra che il loro scopo sia quello di condannare i vivi alla loro stessa misera sorte: si diceva, infatti, che ai malcapitati che riuscivano a incrociare chiedevano un secchio. E se questo secchio veniva loro concesso, essi lo usavano per versare l’acqua del mare nella barca dei poveracci incauti fino a farla affondare.
Zashiki-warashi – sono gli spiriti dei bambini morti. In realtà questo tipo di creatura sovrannaturale si colloca a metà strada tra il fantasma e il folletto, visto che in generale non sembra mossa da un particolare scopo per rimanere in questo mondo. Inoltre, esattamente come un folletto, uno zashiki-warashi si diverte a combinare piccoli dispetti nella casa che ‘infesta’, e chiede ai suoi abitanti di prendersi cura di lui in cambio di protezione e fortuna.
I fantasmi guerrieri – questo tipo di yurei comprende, come si può facilmente dedurre, i morti in battaglia. Il loro scopo? Riuscire a raccontare a qualche vivo di sé. Non sono pericolosi, quindi, anche perché per logica un guerriero immagina che la sua professione potrebbe portarlo ad una morte prematura, e quindi la sua anima non è turbata per la precoce dipartita: quel che chiedono, spesso, è semplicemente di essere ricordati, o di poter descrivere le circostanze drammatiche della loro morte.
I fantasmi seduttori – come nel caso già citato di Botan Doro, sono fantasmi che cercano conforto alla solitudine seducendo esseri umani.
Gaki e jikininki – si tratta di spettri connessi alla tradizione del Buddhismo, e sono l’equivalente giapponese delle nostre anime dannate: a causa dei vizi compiuti ossessivamente in vita, esse sono condannate a provare un irrefrenabile desiderio nei confronti di cose generalmente ripugnanti o vergognose (i jikininki, nella fattispecie, sono costretti a cibarsi di cadaveri).
Ora, presso di noi alla parola ‘fantasma’ si pensa subito a qualcosa di bianco o al massimo evanescente, traslucido, qualcosa che puzza di polvere e terra e che si accosta al suono di catene trascinate o di echi oltretombali. Tradizionalmente, invece, in Giappone gli yurei erano maledettamente realistici. Se volevano ingannare gli esseri umani, erano perfettamente in grado di farlo , nessuno si sarebbe accorto della loro natura sovrannaturale. Fu solo in un secondo tempo, quando – durante l’epoca Tokugawa – il kaidan (la ghost story, per intenderci) divenne di gran moda nella letteratura, nell’arte e nel teatro, che si cominciarono ad attribuire ad essi delle caratteristiche tipiche: soprattutto per quanto riguarda dipinti e rappresentazioni teatrali, era importante permettere agli spettatori di distinguere subito il personaggio da temere, e da qui l’esigenza di fissare l’identikit dello yurei. Per farla breve, per riconoscere il fantasma bisognava badare al suo vestiario e alla sua acconciatura in primis: se un personaggio vestiva di bianco e aveva dei lunghi capelli neri sciolti, allora di certo non era umano. Questi accorgimenti derivavano da alcune usanze funebri dell’epoca, per le quali i cadaveri venivano vestiti con kimono bianchi, appunto, e – contrariamente all’uso comune – i loro capelli non venivano acconciati in nessun modo. Un altro dettaglio da considerare erano le mani e i piedi: in genere lo yurei teneva le braccia a mò di tirannosauro (lo so che è un’analogia stupida, ma tant’é): l’avambraccio piegato in modo da tenere la parte superiore del braccio a contatto con il torace e le mani penzolanti in avanti, inerti. Quanto alle estremità inferiori, gli yurei semplicemente non le avevano: essi fluttuavano nell’aria, spesso accompagnati da alcuni fuochi fatui altrettanto fluttuanti. Infine, ma questo è abbastanza intuitivo, si indovinava il fantasma grazie al colore della sua pelle, che poteva essere o bianco oppure tendente all’indaco, grazie ad un trucco usato dagli attori che si chiamava aiguma.
Scritto da LanAwnShee Alle settembre 09, 2008 20:16 commenti (popup) | Permalink
Pensiamo a quanti termini abbiamo a disposizione per parlare del sovrannaturale. Ecco, ne abbiamo già trovato uno, ‘sovrannaturale’ appunto. In genere il sovrannaturale è orrorifico, perché ci spaventa. Non per niente è popolato da creature che vanno oltre il mondano e il conosciuto: andiamo dai più arcaici mostri (e quelli già c’erano ai tempi del mito: giganti, draghi, ciclopi, orchi, titani ecc.), dai fantasmi, zombie, vampiri, licantropi e compagnia bella ai medievaleggianti stregoni, streghe e annessa corte diabolica, passiamo per il romantico mondo delle fate e per quello sotterraneo e misterioso degli gnomi, per giungere infine ai recentissimi alieni, o a Bigfoot o all’Uomo delle Nevi. E sicuramente ho dimenticato di citare qualcosa. Ma, oltre che spaventevole, il sovrannaturale è anche fantasy, perché ci porta in un mondo nel quale è proprio la fantasia a farla da padrone. Non necessariamente una fantasia terrificante: voglio dire, un unicorno è ben altro spettacolo rispetto alla testa di una Gorgone, poco da farci.
Volendoci sforzare oltre, sono sicura che riusciremmo a mettere accanto un elenco di termini piuttosto lungo. La cosa particolare è che simile ricchezza lessicale si ritrova un po’ in tutte le lingue del mondo: anche se, da un punto di vista razionale, può apparire curioso che ci si sia spremuti così tanto per qualificare in modo tanto preciso cose di cui, bene o male, non si può nemmeno provare l’esistenza, tutte le popolazioni del pianeta hanno avuto cura di definire con grande perizia i dettagli di questo mondo fantastico, per cui un vampiro NON è la stessa cosa di un semplice morto-vivente (infatti sono determinati da due parole differenti), benché entrambi siano in sostanza dei morti che tornano in vita per cibarsi di esseri umani, ed entrambi NON sono la stessa cosa di un semplice fantasma, nonostante anch’esso condivida con loro il dettaglio di essere un defunto redivivo.
La tradizione occidentale del sovrannaturale è millenaria e ricchissima. Per quanti esseri oscuri o mitici crediate di conoscere, di certo ce ne sarà qualcuno che ancora ignorate. Ultimamente, però, l’Occidente s’è scoperto con le gambe tremanti a cospetto di un’invasione di creature delle tenebre provenienti dal Sol Levante. Grazie al boom del J-Horror, abbiamo imparato a stare all’erta davanti a lunghi capelli neri in faccia e ad un abitino bianco almeno quanto lo saremmo in una notte di luna piena o in un cimitero abbandonato. Per il tramite del cinema, dunque, abbiamo avuto un contatto di massa con una tradizione sovrannaturale altrettanto precisa e ricca, quella giapponese.
Il J-Horror ha comunque una prospettiva particolare, che prevede di mescolare elementi tradizionali (l’idea del fantasma, ad esempio) ad una realtà moderna. Si crea così un connubio tra passato e futuro, tra racconto orale e tecnologia, il che da un lato ci rende più familiare l’insieme (che c’è di più rassicurante e quotidiano, oggi, di una tv o di un cellulare? Lo sa bene chi ha architettato le strategie di tensione di film come Ringu o The Phone), dall’altro ci spaventa per questi esseri inquieti e spaventevoli che non conosciamo per niente. Cogliamo la palla al balzo, quindi, e approfondiamo la loro conoscenza. In fondo agosto, il mese perfetto per le ghost stories in Giappone, è appena trascorso, mentre la notte del 31 ottobre per noi non è mica tanto lontana... Siamo nel periodo ideale per trattare l’argomento, direi.
Il termine più generico che i Giapponesi usano per riferirsi al sovrannaturale è obake. Esattamente come il termine italiano a cui l’ho accostato, obake di per sé è neutro: non ha sfumature necessariamente negative e orrorifiche. Di per sé, infatti, significa “trasformazione”, quindi qualcosa che mostra un’alterazione rispetto alla norma, qualcosa che sfugge alle certezze con le quali tentiamo di far quadrare il nostro mondo.
Inevitabilmente, però, molto spesso queste ‘trasformazioni’ significano contatti con realtà sconosciute e dunque angoscianti. Ecco quindi che la parola diventa un contenitore nel quale si inseriscono tutta una serie di nomi relativi a creature che si trovano spesso al di fuori del mondo umano: youkai, yurei, oni. Difficile tentare traduzioni azzardate, anche perché non sempre simili creature hanno davvero dei corrispettivi precisi in Occidente. Nel gruppo degli youkai, ad esempio, potremmo inserire esseri analoghi ai nostri folletti, ma anche alle fate, volendo, o ai démoni [1]. Cielo Amaranto ha dedicato parecchi interventi ben fatti a questo tipo di personaggi del folklore, in passato, quindi ovviamente vi rimando a quelli e su di loro non spendo ulteriore tempo. Ugualmente, gli oni potrebbero somigliare ai nostri diavoli, ma restano comunque una tipologia a parte, connessi alla particolare cultura che li ha creati esattamente quanto i diavoli sono intimamente collegati al cristianesimo, e perdono la propria identità una volta separati da un tale sistema di pensiero.
Gli yurei, invece, sono esattamente quello che noi definiamo ‘fantasmi’: spiriti inquieti che rimangono nel mondo dei vivi perché ancorati ad esso da particolari motivi (solitamente, sentimenti tanto forti che la morte non è stata in grado di annullare). Sotto questo punto di vista, insomma, Oriente e Occidente vanno a braccetto, e c’è poca differenza tra lo spirito di Okiku, che si dispera per il piatto mancante dal fondo del pozzo in cui è stata gettata, e quello di Anna Bolena, che si dice sia stato visto svolazzare per la Torre di Londra ancora nel XIX secolo.
Simile è anche la giustificazione che, da una parte e dall’altra del mondo, si dà di tali presenze: i Giapponesi, infatti, credono che gli esseri umani siano dotati di un’equivalente della nostra anima, il reikon. Normalmente, quando una persona muore e il suo funerale viene celebrato secondo tutti i crismi, il suo reikon abbandona questo mondo e si unisce agli spiriti degli antenati, assieme ai quali provvederà a proteggere i propri discendenti. Ma se il suo decesso avviene in modo violento, prima del tempo (per assassinio o suicidio), o se nel momento della morte era scossa da sentimenti dolorosi e/o impetuosi come l’amore, l’odio, la rabbia, la gelosia o il dolore, o se – ancora – non ha potuto ricevere i giusti onori funebri, allora diventa uno yurei, uno fantasma in grado di tornare nel mondo dei vivi, pur non appartenendovi più, per cercare soddisfazione alla propria inquietudine.
Scritto da LanAwnShee Alle settembre 03, 2008 17:49 commenti (popup) | Permalink
Quella che segue è una sintesi di un mio breve saggio dal titolo The false lover – I mille nomi di Barbablu. Il predatore di donne nella tradizione popolare e folklorica occidentale. Il materiale che seguirà, per quanto riassunto, è dunque protetto da copyright. Non siete autorizzati a riportarlo altrove, men che meno a spacciarlo per vostro. Per ogni tipo di informazione o richiesta, se vi interessa saperne di più o dire la vostra sull’argomento, potete contattarmi all’indirizzo mail del blog.
Era il 1697 quando, in Francia, Charles Perrault diede alle stampe la raccolta di fiabe intitolata Histoires ou contes du temps passé. Tre la storie raccontate, senz’altro la più celeberrima e vastamente conosciuta è e resta quella di Cappuccetto Rosso, narrazione del resto non scevra da un certo gusto macabro e violento [1] – segno che allora il genere della fiaba non era ancora sentito come una sorta di surrogato allo zucchero da propinare ai bambini per far credere loro che nel mondo tutto sia bello e buono e orientato per volontà superiore verso un lieto fine. Tuttavia, se Cappuccetto Rosso continua a trovare largo spazio a tutt’oggi nelle varie raccolte per l’infanzia, un’altra fiaba tra quelle raccolta e riscritte da Perrault era destinata ad esercitare un forte fascino nell’immaginario collettivo. E il fenomeno interessante è che – se è vero che è raro trovare questa fiaba nel ‘canone’ di quelle normalmente presenti nelle collane per bambini – uscendo dagli angusti confini della letteratura infantile ecco che cominciano a fioccare le riproposizioni e le reinterpretazioni destinate ad un pubblico adulto. Da Angela Carter a Margaret Atwood, da Anatole France a Neil Gaiman, dagli studi della Pinkola Estés a quelli di Bettelheim e della Tatar. Sto parlando del racconto che Perrault intitolò La Barbe Bleue, e che oggi è universalmente noto come Barbablu [2].
Riflettendoci, non è così strano che una trama come quella finisca per colpire di più la sensibilità di una persona matura: al di là del motivo della curiosità punita, infatti, Barbablu concentra l’attenzione su una dimensione fortemente morbosa e connessa ad una sessualità deviata e violenta che spaventa l’adulto, e che invece il bambino non coglie (o non coglie del tutto). Benché dunque le dinamiche della storia tentino di dare risalto ad un elemento ricorrente e non particolarmente originale nel panorama fiabesco e mitologico (quello del divieto infranto), di fatto il nucleo più sconcertante e genuino della narrazione ruota attorno alla figura dell’amante assassino, del maniaco misogino, del predatore di fanciulle che, non per niente, dà il nome alla vicenda stessa [3].
Senz’altro, vista la popolarità della fiaba di Perrault, oggi è proprio Barbablu l’emblema di questa figura, la sua maschera più riconoscibile. Allargando però lo sguardo sul panorama più vasto della produzione occidentale folklorica e popolare comprendente anche le ballate, si noterà come essa conosca molti altri nomi e come nel tempo e nello spazio si sia nascosta dietro molte altre maschere. Il campo in cui cercarla, per essere più precisi, è quello composto dal sottinsieme di ballate ascrivibili al tipo Lady Isabel and the Elf-Knight:
Esistono vari tipi di soluzioni, per quanto riguarda le vicende raccontate da queste ballate nel loro insieme, ma grossomodo il canovaccio di base è il seguente: un seduttore inquietante approfitta del proprio fascino (o della propria ricchezza, o di proposte di matrimonio più o meno sincere) per attrarre giovani e belle fanciulle con lo scopo reale di ucciderle. Poi a cambiare è la reazione della vittima davanti a tale pericolo: in alcune ella riesce a salvarsi con le proprie forze, uccidendo il suo aguzzino; in altre ella viene soccorsa dall’intervento di parenti (solitamente uno o più fratelli) opportunamente invocati; in altre ancora, invece, ella soccombe alla violenza del suo seduttore, e i parenti della vittima riescono sì a riconoscerlo e a punirlo, ma non in tempo per salvarle la vita.
Sir Francis J. Child, analizzando tali narrazioni, considerò le ultime due soluzioni come elaborazioni di quella originaria e primitiva, la prima: l’idea di una donna coraggiosa che trova in sé la forza per salvarsi pare una concezione meno rimaneggiata in un’ottica normalizzante rispetto a quella di una donna che si salva da un uomo grazie ad altri uomini – o che davanti a quest’uomo soccombe. Dunque è presumibile che, nella sua forma più genuina, la vicenda riguardasse un seduttore violento – spesso dotato di caratteristiche magiche o fatate – che viene messo nel sacco da una delle sue potenziali vittime.
Sul versante della fiaba, possiamo tracciare facilmente paralleli con simili versioni: si salvano da sole, ad esempio, le eroine di L’Uccello Strano o di Mister Fox o dell’italiana Il Naso d’Argento. Si fanno salvare quelle di Barbablu e di La Colomba Bianca. E, anche se forse in questo caso ci si sta prendendo un po’ troppa libertà di associazione, soccombe al suo violento amante Cappuccetto Rosso [4], ma quest’ultimo caso è più discutibile, e del resto anche per quanto riguarda le ballate non sono poi così tante quelle che presentano tale soluzione. Concentriamoci quindi sui primi due casi.
La vera grande differenza tra le storie narrate dalle fiabe e quelle che invece si sono tramandate attraverso le ballate sta nel fatto che in queste ultime manca del tutto il tema della proibizione infranta e del segreto macabro, tema che invece è centrale nella produzione fiabesca. Questo porta a scartare l’ipotesi che i due filoni narrativi si siano sviluppati l’uno attraverso l’altro (e più precisamente, che le ballate siano state il brodo primordiale da cui hanno poi avuto origine le fiabe): pare infatti più condivisibile l’idea che le prime e le seconde si siano sviluppate sì da un medesimo spunto originario, ma che poi abbiano preso – per così dire – strade diverse e tutto sommato autonome. Certo, è plausibile pensare a contaminazioni costanti tra i due ambiti, ma ugualmente si dovrebbe trattare di contaminazioni tra rami diversi del medesimo albero. E del resto, questo motivo peculiarmente fiabesco del divieto non rispettato può essere stato introdotto proprio per trovare una giustificazione al comportamento sanguinario dell’antagonista. Tutto dipende da come si vuole interpretare l’intento di Barbablu, insomma: quello che voleva fare era semplicemente testare la fedeltà della sua giovane moglie, come sembra voler intendere del resto Perrault? In questo caso, l’inserimento di tale elemento collocherebbe Barbablu nel novero dei racconti di curiosità punita, in buona compagnia di Eva, Pandora e Psiche. Ma c’è un problema che questa interpretazione non riesce a risolvere, sollevato già da Luisa Valenzuela in un suo racconto [5]: Barbablu può aver voluto uccidere la protagonista, la sua settima moglie, per punirla di aver guardato dove non doveva guardare. E può aver ucciso la sesta, la quinta, la quarta, la terza e anche la seconda per lo stesso motivo. Ma la prima? Che cosa poteva aver visto la prima per meritare la morte?
Pare dunque più convincente l’ipotesi che Perrault abbia semplicemente reinterpretato un racconto popolare per fornirgli una morale precisa, ma che quel racconto popolare si basasse su un humus che rientrava perfettamente nello schema già delle ballate. Si riconfermerebbe insomma l’idea di una genesi riconducibile ad un medesimo nucleo, poi però sviluppatasi in modo indipendente.
Resta da chiedersi una cosa ancora: ma perché questa ossessione? Perché la figura del maschio predatore pericoloso è riuscita a ossessionare a tal punto l’immaginario collettivo da portare numerose culture europee e occidentali in generale a dedicarle tale spazio?
Probabilmente la risposta va ricercata nell’identità dei narratori di questo tipo di storie: le donne. Nonostante, infatti, la maggior parte dei nomi di autori di fiabe siano quelli di scrittori maschi, costoro per lo più si limitarono a raccogliere – e a volte, rielaborare – materiale preesistente che circolava da tempo e che loro stessi avevano ascoltato da altri. Questi altri, nel 99% dei casi, erano appunto narratori femminili. Erano le donne ad avere il monopolio del racconto popolare, che diventava un modo per ingannare il tempo durante le ore di filatura o per calmare i bambini irrequieti. È ovvio, quindi, che questo tipo di racconti nascondesse al suo interno il punto di vista di coloro che li raccontavano, e che mostrasse dunque le loro paura e le loro speranze. Tenendo conto di come, in passato, la donne fosse universalmente sottomessa all’arbitrio del maschio, non stupisce che ci siano stati tanti racconti del genere: erano da un lato un modo per mettere in guardia le giovani fanciulle dai pericoli che potevano correre, e dall’altro per esorcizzare timori tutto sommato comprensibili come quello di ritrovarsi sola nelle mani di un marito violento. In questo senso, Barbablu va correttamente comparata a La Bella e la Bestia: mentre quest’ultima fiaba mostra ottimisticamente come lo sposo spaventoso possa in realtà rivelarsi umano e amorevole, la prima mette in allarme su come perfino il marito più desiderabile possa nascondere con il luccichio dell’oro la pelliccia ispida del lupo e i suoi denti aguzzi.
[1] Ricordiamo per amor di precisione che la versione di Perrault si chiude con la morte di Cappuccetto Rosso e della nonna. L’intervento salvifico del cacciatore e il conseguente happy ending sono presenti nella versione tedesca della fiaba, riportata dai fratelli Grimm.
[2] Ovviamente questo è il titolo italiano. Negli altri paesi, comunque, il titolo corrisponde sempre alla traduzione di tale nome (esempio, nei paesi anglofoni è Bluebeard, in Germania e Austria è Blaubart, nei Paesi Bassi è Blauwaart ecc.).
[3] Trovo interessante, in questo senso, il fatto che viceversa la moglie di Barbablu, pur essendo l’eroina, non abbia nome.
[4] La fiaba, in effetti, presenta molti elementi che fanno pensare ad una simbologia piuttosto netta connessa all’erotismo e al sesso. Si potrebbe quindi anche considerare un’altra versione della stessa macrostoria, quella del predatore che inganna la fanciulla di turno e le fa violenza.
Recensione a Carlo Ginzburg, I benandanti. Stregonieria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento.
C. Ginzburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Torino 2002.
Più volte in questo blog – e altrove, per chi segue anche gli altri miei spazi web – mi è capitato di parlare di benandanti. In Friuli sono personaggi entrati nel folklore e nelle leggende nere: è vero che, come purtroppo per molte altre figure fantastiche locali, i racconti che li vedono protagonisti si fanno sempre più rari, e forse i bambini di oggi nemmeno li hanno mai sentiti nominare, ma sfogliando qualche libro non è difficile incontrarli. E, come dicevo, è difficile dimenticarseli: i termini in cui le leggende popolari ne parlano sono terribilmente gotici e sanguinari. Così, ad esempio, ne parla Gianni Pielli:
È un essere asservito al male e pertanto molto pericoloso. Non si sa molto di lui perché è attivo solamente durante le notti dell’Avvento, quella di Natale e soprattutto dell’Epifania. In quelle notti, i Belandant [1] amano soffermarsi in gruppi agli incroci dei sentieri e banchettare con ciò che riescono ad arraffare. Prediligono gli animali domestici vivi, di cui divorano tutto salvo le ossa e la pelle. Ricompongono poi l’animale all’alba e questi rientra in stalla, vivo sì, ma ridotto a pelle e ossa. Si dice anche che i Belandant volino in cielo su carri luminosi. Inoltre hanno il brutto vizio di saltare sulle spalle dei malcapitati passanti e di “cavalcarli” urlando loro nelle orecchie suoni inarticolati. [...] Sembra che li attirino anche i falò (Pignarui) che, nella notte dell’Epifania, i contadini accendono nei campi per ricavarne, dalla direzione che prendono le fiamme, auspici per l’anno nuovo.
(Sbilfs. La grande famiglia dei folletti carnici cercati, rivelati e illustrati da Gianni Pielli, Udine 1998)
Eppure i Beladant di Pielli sono dei folletti particolari, dal momento che – diversamente dagli altri che l’autore ha descritto e illustrato nel suo libro – la loro dimensione fantastica è attutita dal fatto che i benandanti sono esseri umani. Spogliamo la tradizione degli elementi fantasiosi come lo spolpamento del bestiame e dei bambini o gli agguati ai poveri passanti inermi (comportamenti tipicamente associati a streghe, stregoni, demoni e affini), ciò che resta è il riferimento piuttosto stretto a riti connessi a culti agrari (il fatto che siano attivi solo in certi periodi dell’anno, il fatto che volino in cielo, il fatto che siano attratti dai falò dell’Epifania che svelano come andrà il raccolto del nuovo anno). E i rituali sono da sempre attività puramente umana. Infatti coloro su cui indaga Ginzburg non sono impalpabili e sfuggenti creature del Piccolo Popolo, bensì uomini e donne che, tra ‘500 e ‘600, sono stati interrogati e a volte processati dai tribunali inquisitori, e che sul serio hanno risposto, e che sul serio hanno raccontato certe cose.
“Che cosa vuol dire benandante?”, questa domanda ricorre in tutto il libro, e non solo nei ragionamenti dell’autore, bensì anche negli stralci degli interrogatori ufficiali riportati. ‘Benandante’, un termine squisitamente locale, diceva infatti poco e niente alle orecchie di inquisitori spesso nati altrove: ne consegue che questa particolare sopravvivenza di culti agrari era, in quel periodo, tipicamente friulana. Ginzburg sottolinea però come sia ingenuo ritenere che il fenomeno sia nato entro i confini della regione e che in essi abbia prosperato: ci sono infatti moltissimi indizi che fanno pensare a legami molto stretti con la cultura germanica e baltica (pensiamo a Holda o Perchta, dee paragonabili a Diana nella loro connessione con la notte, la magia e la fertilità, che guidavano – secondo la tradizione – cavalcate notturne di morti, la cosiddetta ‘caccia selvaggia’ in cui una schiera di morti anzitempo «[...] percorre di notte, implacata e terribile, le vie dei villaggi, mentre gli abitanti sbarrano le porte in cerca di protezione» [2]), e infatti si è riusciti ad isolare un nucleo di credenze omogeneo che, tra il 1475 e il 1585, risulta diffuso in un’area che va dall’Alsazia alle Alpi orientali, con alcuni strascichi anche in area slava (Slovenia e Lituania). Il Friuli, che si trova in mezzo a queste due aree, avrebbe non solo accolto simili credenze, ma le avrebbe anche rielaborate in maniera abbastanza originale e soprattutto le avrebbe custodite grazie alla propria condizione di zona di confine, perlopiù isolata dai grandi centri e dunque per buona misura immune alla modernizzazione.
Ma, ritornando alla domanda di cui sopra, ecco come una donna, tale Franceschina, definisce indirettamente una benandante che conosce. Accusata dai giudici di essersi recata da questa donna sapendo che era una strega, Franceschina risponde: «Io credo che sia non strega, ma castiga streghe [...].» [3] I benandanti, dunque, erano questo, nella sostanza, i rivali delle streghe e degli stregoni. Ma in che modo? In che cosa differiva il loro atteggiamento rispetto a quelli che siamo soliti considerare i veri rivali di tali persone, ossia i santi o i preti o gli inquisitori? Ginzburg sviscera con attenzione e precisione l’identikit originale del benandante: egli, sulla base delle deposizioni processuali di gente che si definiva tale, li dipinge come una specie di setta organizzata militarmente, guidata da un Capitano e legata da un – sebbene labile, nei fatti – vincolo di segretezza. L’elemento comune a tutti gli adepti era quello di essere nati tutti con la “camisciola”, ossia avvolti nella membrana amniotica: a questo, in effetti, si legavano varie superstizioni che la vedevano come un elemento fortemente benefico e magico. Tutti costoro, una volta cresciuti abbastanza, vengono invitati a entrare nella ‘compagnia’ in sogno, o comunque in uno stato particolare, non fisico, lo stesso stato in cui coloro che accettano combattono le loro battaglie contro streghe e stregoni: si tratta di una dimensione spirituale (i benandanti sostengono di spostarsi con l’anima, mentre il loro corpo rimane nelle loro case come morto), che li porta a percorrere di notte anche chilometri e chilometri (lo scenario delle battaglie, secondo molti, sarebbe addirittura la valle di Josafat) e che comunque non li dispensa dal provare dolore vero e proprio per le ferite inferte, né li protegge da conseguenze ancor più gravi come la morte. La loro ‘leva’ ha una durata limitata, dopo la quale si è dispensati dal combattere ancora; la loro arma sono verghe di finocchio, mentre quelle dei loro avversari (i malandanti) sono bastoni di sorgo o saggina; il loro è l’esercito di Dio, mentre quello che combattono è l’esercito del Diavolo; la loro vittoria significa un’annata di buon raccolto, mentre la loro sconfitta la carestia.
Questa situazione originaria, tuttavia, col tempo comincia a prendere una strada particolare, imposta – per così dire – dal fenomeno dei processi inquisitoriali che riescono ad influenzare la tradizione: messi davanti a racconti come quelli delle lotte notturne in spirito, a confessioni nelle quali i benandanti sostenevano di essere in grado di sciogliere le malie delle streghe e di saperle riconoscere, i giudici – non riuscendo a comprendere la complessità e la particolarità del fenomeno – spesso si limitarono a concludere che tra i benandanti e le streghe ci fosse in realtà un’affinità. Confondendo quindi le lotte per la fertilità con i più comuni (e comprensibili) sabba, paradossalmente al cosiddetto esercito di Dio si attribuì una matrice diabolica, e si finì per associarlo a coloro che invece in origine erano stati i suoi acerrimi nemici, gli stregoni. Non si può dire che, in effetti, la giustizia abbia colpito con pugno di ferro i benandanti: il Santo Uffizio si dimostrò spesso piuttosto annoiato da simili superstizioni locali, e ancor più spesso le denunce finivano per accumularsi senza venire nemmeno considerate. Tuttavia, quando ciò non capitò, la direzione degli interrogatori fu chiaramente volta a costringere gli imputati a confessare la loro stregoneria (cosa che – non stupirà, immagino – più volte accadde, sebbene mai spontaneamente). Il risultato di quest’azione livellante furono confessioni come quella di alcuni contadini che, nel 1668, dissero di essere benandanti e «di esser stati alla riduttione [delle streghe], haver patuito col diavolo et rinegato la fede, abusato li sacramenti, cioè confessandosi fintamente et communicandosi, et fatto altre cose che sogliono far le streghe nella ridutione nel Modoleto» [4] . Ma questo fu, di fatto, un cambio di rotta che rischiò di far perdere di vista la matrice di questo fenomeno, una matrice che era ben precedente al cristianesimo e che col sabba dunque aveva ben poco di che spartire e che rimane una delle testimonianze più antiche della cultura europea precedente (e sopravvissuta) all’evangelizzazione.
(Alla faccia delle radici cristiane d’Europa).
[1] Esistono numerose varianti del nome: beladant, belavant, benadint, belavati, badant sono comunque sempre nomi che si riferiscono allo stesso soggetto.
Colgo lo spunto scaturito da un commento - di cui parlerò meglio in seguito - per riaprire un discorso già trattato in precedenza, quello sul Mago di Oz. In questo post avevo trattato la sua lettura simbolica, svelando come la fiaba - di per sé godibilissima di suo - fosse in realtà più di un racconto puro e semplice, come la fiaba fosse realmente un'allegoria economica che il 'diabolico' Baum aveva elaborato per fare le proprie piccole denunce e per immortalare le proprie piccole speranze. Tuttavia il successo ottenuto con Il Mago di Oz convinse lo scrittore a riaprire il discorso a breve distanza, e non si può dire davvero che il regno di Oz non sia stato un campo fertile per la sua penna: senza contare gli adattamenti vari per il teatro, l'intera saga di Oz consta di ben diciassette storie (anche se indubbiamente meno conosciute della fiaba apripista).
È possibile, però, che alcuni di voi (come me) scoprino ora di conoscerne alcune a propria insaputa. Nel 1985, infatti, venne prodotto un film il cui titolo originale era Return to Oz (non ricordo quello italiano, ma credo che fosse semplicemente la traduzione di quello inglese) con protagonista Fairuza Balk, trasmesso più volte dalla Rai negli anni seguenti. Io ho ancora la videocassetta registrata che conservo gelosamente: era uno di quei film che, se si è bambini, si godono sfacciatamente dall'inizio alla fine. Avventura, predestinazione, magia, pericolo, streghe, momenti paurosi, indovinelli e lieto fine. Non si poteva chiedere di meglio. Non sapevo che la storia di questo film (che resta uno dei miei preferiti, se non altro dal punto di vista affettivo) fosse stata tratta proprio dai due libri seguenti al primo del Mago, Il meraviglioso paese di Oz e Ozma di Oz. Eh lo so, se avete visto anche voi quel film al nome 'Ozma' sarete saltati sulla sedia. E se vi dicessi che in questi due libri si parla anche di Mombi, dei Ruotanti, di Jack Testadizucca, di Billina, del Re degli Gnomi e del Gump? Ci sono proprio tutti, anche se protagonisti di storie distinte e con trame leggermente diverse da quella del film.
In Return to Oz si racconta di una Dorothy che non riesce a riprendersi dopo la sua avventura ad Oz: non riesce a dormire la notte e i suoi racconti sul mondo fantastico che ha visitato vengono interpretati come deliri da parte della zia Emma e dello zio Enrico. Così, fidandosi di un'inserzione su un giornale in cui il dottor Worley, un sedicente medico, proponeva una terapia elettrica per curare simili disturbi, i due portano la piccola nella sua lugubre clinica. Inutile specificare che, più che di terapia, si stesse parlando di esperimenti di elettroshock, che non andavano quasi mai a buon fine... per sua fortuna, Dorothy viene salvata in extremis da una misteriosa ragazzina bionda che la libera e che le intima di fuggire. Inseguite dall'infermiera di Worley, la signorina Wilson, le due bambine finiscono in un fiume che le trascina via. Dorothy riesce ad aggrapparsi a malapena a una specie di scatola di legno emersa provvidenzialmente dalle acque prima di perdere conoscenza. Quando si risveglia, si ritrova assieme a Billina, una delle galline della sua fattoria, in un mare che si prosciuga rapidamente, lasciando il posto ad un deserto sassoso. Che sia Oz?, si chiede Dorothy, pensando al Deserto della Morte, che circondava l'ex regno del Mago. Ben presto ella scopre di avere ragione, e tutta felice corre alla Città dello Smeraldo, contando di incontrare tutti i suoi amici, ma la aspetta una brutta sorpresa. Mentre facce diaboliche la scrutano misteriose dai sassi (che paura mi facevano!), scopre che la capitale di Oz è abbandonata e decadente, e che tutti i suoi abitanti sono stati trasformati in pietra. Tutti tranne i Ruotanti, strani esseri dotati di ruote al posto di mani e piedi, che la aggrediscono e che la costringono a scappare e a trovare rifugio in una specie di passaggio segreto di cui scopre di avere fortunosamente la chiave. Qui la bambina incontra Tik Tok, l'Esercito di Oz: si tratta di una specie di robot ante litteram, che si deve caricare tramite tre molle: quella del movimento, quella del pensiero e quella della parola. Caricate tutte e tre, Tik Tok le racconta ciò che è successo durante la sua assenza: la Principessa Mombi ha preso il potere e ha trasformato la Città dello Smeraldo in quella rovina, mentre lo Spaventapasseri - il sovrano di Oz dopo la partenza del Mago - era stato portato dal Re degli Gnomi. Decisi a ritrovare lo Spaventapasseri, Dorothy, Billina e Tik Tok si recano da Mombi, al palazzo reale della città. La strega, lungi dall'esaudire le loro richieste, decide di imprigionare Dorothy e aggiungere la testa della bambina alla propria collezione: infatti Mombi possiede trenta belle teste che si diverte a cambiare quando più le aggrada. Tik Tok, scaricatosi sul più bello, non può aiutare la povera Dorothy che viene imprigionata in una torre. Qui fa amicizia con un singolare fantoccio dal corpo di legno e dalla testa di zucca. Jack Testadizucca si chiama: le racconta di essere stato costruito dalla sua mamma per fare uno scherzo a Mombi, che ne approfittò per testare su di lui una nuova sostanza magica che aveva acquistato, la polvere della vita: ogni cosa che veniva spolverata con essa diventava viva dopo la pronuncia di alcune parole magiche. Ben decisa a non rimanere per farsi tagliare la testa, Dorothy e Jack elaborano un piano di fuga: Dorothy avrebbe rubato la polvere della vita a Mombi e con essa avrebbe dato vita ad una specie di divano volante con la testa di Gump. Grazie all'aiuto di una misteriosa figura che sembra imprigionata all'interno degli specchi del palazzo, la fuga, per quanto roccambolesca, riesce: Dorothy, Tik Tok, Jack e Billina volano in direzione della montagna del Re degli Gnomi, con l'intento di liberare lo Spaventapasseri. Il Re degli Gnomi, infatti, è il vero cattivo della storia: d'accordo con Mombi, aveva fatto in modo di imprigionare Ozma, la legittima sovrana di Oz, in uno specchio, e aveva approfittato delle scarpette di rubino che Dorothy aveva perso durante il suo primo ritorno a casa per un colpo di mano, rapendo lo Spaventapasseri. Vedendosi arrivare Dorothy, egli decide di approfittarne per conquistare una completa umanità (viene infatti rappresentato come un mucchio di roccia a forma di faccia, perlopiù). Propone così alla bambina e ai suoi amici un giochetto: egli dice di avere un'ampissima collezione di soprammobili e di aver trasformato lo Spaventapasseri in uno di essi. Se Dorothy o uno dei suoi compagni d'avventura fossero riusciti a indovinare quale tra essi fosse lo Spaventapasseri, avrebbe lasciato liberi tutti di tornare alle loro case. Ma se avessero sbagliato per tre volte, loro stessi sarebbero stati trasformati in soprammobili. Ogni volta che uno di loro sbagliava, il Re degli Gnomi acquistava caratteri sempre più antropomorfi; ma, per puro caso, Dorothy riesce a indovinare al suo ultimo tentativo. Rendendosi conto che lo Spaventapasseri era un soprammobile di colore verde, Dorothy pensa che tutti i suoi amici si siano trasformati in oggetti di quel colore - e anche stavolta ci azzecca. Ma il Re degli Gnomi, furioso per quella sconfitta inaspettata, decide di risolvere le cose a modo suo, e di mangiarsi uno dopo l'altro gli scocciatori. Non sa, però, che dentro la testa di Jack si è nascosta Billina, la gallina, che per la paura di finire nella sua bocca depone un uovo che finisce dritto dritto nella gola del Re. Si sa che le uova sono veleno per gli gnomi, e infatti il Re si riduce in macerie, e così il suo palazzo. Dorothy riesce appena in tempo a recuperare le sue pantofole di rubino e a desiderare di tornare in una Città dello Smeraldo com'era prima di Mombi e della sua magia. Tutti fanno una gran festa alla bambina e ai suoi coraggiosi compagni, e proprio durante una delle celebrazioni Dorothy riconosce all'interno di uno specchio la stessa bambina bionda che l'aveva salvata dalla clinica di Worley: è lei Ozma, la regina di Oz, nonché la mamma di Jack Testadizucca! Grazie a Dorothy Ozma riesce ad uscire dallo specchio e a riprendere il suo posto sul trono. Dorothy esprime il desiderio di tornare di nuovo a casa sua, ma Ozma le concede la possibilità di tornare ad Oz ogni volta che vorrà. Si chiude così con un lieto fine a tutto tondo la vicenda narrata nel film.
Questi elementi sono stati tratti dai due seguiti di cui parlavo prima e mixati in una trama comunque sensata e coesa: nel Meraviglioso Paese di Oz incontriamo infatti Jack e la strega Mombi, nonché il mitico Gump e la stessa Ozma. Le differenze col film sono che il protagonista non è Dorothy, bensì un bambino di nome Tip, che è in realtà proprio Ozma che Mombi ha trasformato in maschietto. Ritroviamo il Deserto della Morte e la Polvere della Vita, nonché la fuga rocambolesca dalla torre di Mombi a bordo del Gump-trabiccolo. Ma la figura di Mombi è in realtà mutuata più che altro da quella della Principessa Langwidere presente in Ozma di Oz: era lei, infatti, a possedere le teste intercambiabili (anche questa era una delle scene più terrificanti eppure più affascinanti del film per i miei occhi da pargoletta!). Ugualmente Tik Tok, i Ruotanti e il Re degli Gnomi fanno parte della storia di questo libro, che però non ha luogo ad Oz, bensì nel regno di Ev. Ozma, inoltre, prende parte all'avventura assieme a Dorothy, non è imprigionata in uno specchio, né mancano gli amici classici di Dorothy, lo Spaventapasseri, l'Omino di Latta e il Leone Codardo. Un'altra differenza è che, nel gioco degli indovinelli, i soprammobili 'giusti' sono di colore viola, non verde (logico colore per un abitante di Oz, meno logico per un abitante di Ev, ed erano appunto i membri della famiglia reale di Ev che bisognava trovare). Né il Re degli Gnomi muore per colpa di un uovo di Billina: le uova, comunque, terrorizzano abbastanza gli gnomi durante la fuga dei nostri eroi da permettere loro di andarsene sani e salvi. Inoltre, Dorothy nel libro non ricorre alle pantofole di rubino, bensì ad una cintura magica che le permette di esprimere desideri.
Se tutto questo discorso vi ha interessato non posso che invitarvi a fare due cose: la prima è di procurarvi, in qualche modo, il film di cui ho parlato. Una rapida ricerca su Google o su IMDB può darvi qualche dettaglio in più. La seconda è di tenere d'occhio le librerie: dovrebbe uscire a giorni, infatti, la traduzione de Il Meraviglioso Paese di Oz, ad opera di Monica Guido, che ringrazio per il commento lasciato e per lo spunto piacevole che mi ha dato per questo post.
Lady Mary era giovane e bella: aveva due fratelli e più spasimanti di quanti ne potesse contare; ma fra tutti loro, il più coraggioso e il più galante era il signor Fox, che aveva conosciuto quando si era recata alla tenuta di campagna di suo padre. Nessuno sapeva chi fosse il signor Fox, ma era senz'altro coraggioso, sicuramente ricco, e tra tutti i suoi pretendenti era l'unico che stesse davvero a cuore a Lady Mary, tanto che alla fine i due decisero di sposarsi. Lady Mary chiese al signor Fox dove sarebbero andati a vivere, e lui le descrisse il suo castello e dove si trovasse; ma, strano a dirsi, non invitò né lei né i suoi parenti a vederlo di persona. Così un giorno, quando ormai le nozze erano prossime, mentre i suoi fratelli erano fuori e il signor Fox si trovava in città per affari - così aveva detto -, Lady Mary decise di trovarlo da sola. Dopo molte ricerche, alla fine riuscì a raggiungerlo: era davvero una bella e imponente dimora, con mura alte e un profondo fossato.
Appena ebbe attraversato il cancello d’ingresso, Lady Mary vi lesse una frase che vi era incisa sopra e che diceva:
Sii audace, sii audace.
La giovane aprì il cancello ed entrò, ma non trovò nessuno dentro; così proseguì fino all’entrata sopra la porta trovò scritto:
Sii audace, sii audace, ma non troppo audace.
Lady Mary proseguì finché raggiunse il salone e salì la larga scalinata che vi trovò e che la condusse ad una galleria che portava ad una porta, sopra la quale c'era la scritta:
Sii audace, sii audace, ma non troppo audace,
altrimenti il sangue del tuo cuore si trasformerà in ghiaccio.
Ma Lady Mary era coraggiosa, lo era davvero, e così aprì la porta... e cosa credete che abbia visto? Cadaveri e scheletri di giovani donne bellissime, tutti immersi nel sangue. Comprendendo subito che non ci fosse tempo da perdere e che fosse necessario fuggire da quel posto orribile, Lady Mary chiuse la porta, attraversò la galleria di corsa e stava giusto scendendo le scale per precipitarsi fuori dal salone quando intravide dalla finestra il signor Fox sopraggiungere, trascinandosi dietro una bella ragazza. Prontamente Lady Mary si nascose dietro una botte, appena in tempo, perché proprio in quel momento il signor Fox irruppe nella stanza con la povera fanciulla, che pareva svenuta. Mentre si avvicinava al nascondiglio dietro il quale stava Lady Mary, il signor Fox notò un anello di diamanti brillare al dito della giovane che stava trascinando, e cercò di toglierglielo. Ma, non riuscendo a farlo scivolare via, egli cominciò a imprecare e a lanciar maledizioni; poi estrasse la spada, la sollevò e la calò sulla mano della povera sventurata. La mano tranciata rimbalzò e - tra tutti i posti del mondo dove avrebbe potuto cadere! - finì proprio in grembo a Lady Mary. Il signor Fox la cercò per un po', ma non gli venne in mente di controllare dietro la botte; così alla fine si risolse a trascinare la sua giovane vittima su per le scale, nella camera insanguinata.
Appena udì i suoi passi lungo la galleria, Lady Mary strisciò fuori dalla porta e fuori dal cancello, e poi corse a casa più veloce che poté.
La sorte volle che il contratto di matrimonio tra lei e il signor Fox dovesse essere firmato proprio il giorno dopo, e che per festeggiare l'evento si fosse preparata una splendida colazione cui tutti gli invitati avrebbero preso parte prima. Così, quando il signor Fox ebbe prese posto al tavolo, proprio di fronte a Lady Mary, egli disse: "Come siete pallida stamattina, mia cara."
"Sì" disse lei. "Non ho dormito affatto bene ieri notte. Ho fatto un incubo terribile."
"I sogni mostrano la realtà al contrario" replicò il signor Fox. "Ma raccontateci quell'incubo, e la vostra dolce voce ci permetterà di passare il tempo piacevolmente finché arriverà l'ora di sposarci."
"Ho sognato", disse lei, "di recarmi al vostro castello in mezzo ai boschi, con alte mura e un profondo fossato. Sopra il cancello d'ingresso era scritto: 'Sii audace, sii audace'."
"Ma non è così, né così è stato." disse il signor Fox.
"E quando ho raggiunto l'entrata, sopra la porta era scritto: 'Sii audace, sii audace, ma non troppo audace'."
"Ma non è così, né così è stato." ripeté il signor Fox.
"Poi ho salito le scale e mi sono trovata in una galleria, alla fine della quale c'era una porta, e sopra essa c'era scritto: 'Sii audace, sii audace, ma non troppo audace, altrimenti il sangue del tuo cuore si tramuterà in ghiaccio'."
"Non è così, né così è stato." insistette il signor Fox.
"E poi - e poi ho aperto la porta, e la stanza che celava era piena di cadaveri e di scheletri di povere donne morte, tutti ricoperti del loro stesso sangue."
"Non è così, né così è stato, e Dio non voglia che possa essere così." disse il signor Fox.
"E poi ho sognato di attraversare di corsa la galleria, e proprio mentre stavo scendendo le scale ho visto voi, signor Fox, entrare dalla porta del salone trascinando con voi una povera fanciulla, bella e vestita riccamente."
"Non è così, né così è stato, e Dio non voglia che possa essere così." disse il signor Fox.
"Mi sono precipitata giù dalle scale giusto in tempo per nascondermi dietro una botte quando voi, signor Fox, siete entrato tirando la giovane per il braccio. E, quando siete passato accanto a me, signor Fox, vi ho visto tentare di toglierle il suo anello di diamanti e, poiché non ci riuscivate, nel mio sogno mi è sembrato che abbiate estratto la spada e che abbiate tranciato la mano alla ragazza per rubarle l'anello."
"Non è così, né così è stato, e Dio non voglia che possa essere così." disse il signor Fox, e stava per aggiungere altro alzandosi dalla sedia, quando Lady Mary gridò: "Ma è così, e così è stato! Ecco le prove che devo mostrare!" e, detto questo, tirò fuori la mano ancora inanellata della fanciulla dal vestito e la puntò contro di lui. In men che non si dica, i suoi fratelli e tutti i suoi amici sguainarono le spade e, tutti insieme, colpirono il signor Fox, riducendolo in mille pezzi.
[Joseph Jacobs, Mister Fox, in English Fairy Tales, London 1890. Traduzione di Lan Awn Shee]
La ballata di Heer Halewijn è già di per sé molto antica: risalendo al XIII secolo è senz’altro uno dei testi composti in lingua olandese più arcaici che possediamo; ma ovviamente ben più antico della forma è il suo contenuto, che affonda le sue radici in un mitema appartenente alla cultura germanica pre-cristiana di cui sono rimaste evidenti tracce anche in altre zone del Nord Europa oltre ai Paesi Bassi, da quella tedesca a quella inglese a quella scandinava [1]. Questo mitema prevede la presenza di una figura maschile negativa che, attraverso una musica magica, riesce a incantare giovani fanciulle per poi violentarle e ucciderle. Un giorno, però, viene attirata da lui una principessa (o comunque una giovane nobile) che – resasi conto del pericolo che sta correndo – riesce a ingannare il suo nemico e a ucciderlo, salvando così se stessa. Non è difficile riconoscere in questo l’archetipo di fiabe famose come Il falso uccello e lo sposo stregone (KHM 46) o Lo sposo brigante (KHM 40) dei fratelli Grimm, o ancora del celeberrimo Barbablu di Perrault: ma prima di diavoli e stregoni, briganti assassini e uxoricidi serial killer, gli antagonisti delle eroine erano esseri dotati di magia e, per questo, spesso considerati fatati. Apparivano sotto forma di cavalieri, con sembianze umane, a volte addirittura assumevano l’aspetto di uomini esistenti e si spacciavano per essi per ingannare le loro vittime, che inevitabilmente cedevano al loro fascino e pagavano quella loro imprudenza molto cara.
Si potrebbe parlare a lungo delle varianti esistenti registrate da ballate, tutte molto belle peraltro: dalla vicenda di May Colvin or False Sir John a The Water o’ Wearie’s Well, da Ritter Ulinger a Ulrich und Ännchen, tutte seguono lo stesso copione con variazioni formali, non sostanziali. Per comodità, dunque, si è deciso di raggrupparle insieme in una sorta di prototipo, denominato quello di Lady Isabel and The Elf-Knight. A questo prototipo, ovviamente, appartiene anche Het Lied van Heer Halewijn, che rimane una delle attestazioni più antiche del tipo.
La ballata originale (trascritta nel XIX secolo da Charles de Coster) segue questo schema: nel folto della foresta, Heer Halewijn comincia a cantare la sua canzone magica. La principessa la sente e, cadendo preda della sua malia, disobbedisce agli ordini dei genitori e fugge di casa dopo aver indossato i suoi vestiti migliori e i suoi gioielli più preziosi, rubando dalla stalla del padre il migliore destriero. Quando però, dopo aver a lungo galoppato nel bosco, la giovane incontra il cavaliere e viene da questi portata sotto l’albero dal quale pendono impiccate le sue precedenti vittime, l’incanto della musica svanisce e resta solo la consapevolezza di essere nelle mani di un assassino. Heer Halewijn, colpito dalla bellezza della principessa e dalla ricchezza dei suoi abiti, le concede l’onore di scegliere di che morte morire. Lei allora, con prontezza di spirito, gli chiede di essere uccisa con la spada e aggiunge: «Non faresti meglio a spogliarti? Non vorrei che gli schizzi del mio sangue ti macchino i vestiti...» Ignaro della trappola, Heer Halewijn abbassa la guardia per svestirsi e, in men che non si dica, la principessa lo decapita con la sua stessa spada. La testa di Heer Halewijn, però, può ancora parlare e intima alla fanciulla di suonare il suo corno, in modo che i suoi amici lo sentano e possano venire ad aiutarlo. Davanti al rifiuto della ragazza, il capo mozzato del cavaliere insiste: «Strofinami della salvia sul collo insanguinato e guarirò!». Ma niente da fare, la principessa non è così sciocca da lasciarsi impietosire: anzi, prende la testa di Heer Halewijn, la mette in un sacco e, salita a cavallo, ritorna a casa col suo macabro trofeo.
Le ballate di area tedesca hanno moltissime somiglianze con la vicenda di Herr Halewijn: anche in esse, infatti, il luogo del martirio è un bosco intricato e le giovani donne vengono uccise per impiccagione. Sappiamo addirittura il numero preciso delle vittime: i perversi cavalieri si sono macchiati le mani già di undici morti e stanno facendo in modo di arrivare a dodici con l’eroina. Ciò che cambia nella storia di Ulrich o di Ulinger è il modo con cui essa riesce a salvarsi [2]: non è da sola che la fanciulla è in grado di avere la meglio sul suo aguzzino, ma grazie all’aiuto di un fratello che, furbamente, riesce a chiamare in suo aiuto. Viceversa, in area inglese le protagoniste sono molto più indipendenti nel cavarsi di impaccio, tutte riescono a mettere nel sacco il loro nemico da sole, però cambia l’ambientazione: non più una foresta fitta né impiccagioni, bensì scogliere o corsi d’acqua impetuosi e morti per annegamento.
Di Heer Halewijn esiste anche un altro racconto, non registrato però in forma poetica e probabilmente frutto di una cristianizzazione del materiale di base. Sieuwert Halewijn era figlio di un nobile e forte cavaliere e avrebbe voluto diventare pari se non superiore al padre, ma non ne aveva i mezzi. Per ovviare a questa mancanza, quindi, decise di fare un patto col diavolo, offrendogli l’anima in cambio di forza, potere e fascino. Stranamente il diavolo non è interessato all’affare (un caso più unico che raro!), ma un misterioso Principe delle Rocce sì. Egli insegna a Halewijn una canzone magica che incanti le giovani donne e gli regala anche un punteruolo con cui cavare loro il cuore: sarà grazie a quei cuori che il cavaliere potrà ottenere il potere, la forza e la ricchezza che cerca. La magia del Principe delle Rocce funziona: Halewjin diventa un cavaliere potente, temuto e rispettato dai suoi pari, amato dalle nobildonne e tanto ricco da potersi permettere banchetti e feste ogni giorno. Ma per mantenere il suo status era indispensabile continuare a uccidere ragazze e strappar loro il cuore dal petto: sempre più schiavo della propria avidità, un giorno Halewijn uccide Annemie, la migliore amica di una giovane di nome Magtelt. Decisa a vendicarsi, Magtelt finge di cadere nella trappola di Halewijn e in realtà riesce a far finire lui nella sua. Un colpo di spada e anche questa versione si conclude con la decapitazione del malvagio cavaliere, e quindi con la fine del suo perverso operato.
Approfondire l’argomento non è difficile, la rete offre molto materiale online in proposito. Bisogna masticare un po’ di inglese e, possibilmente, anche qualcosina di tedesco, ma mi impegnerò per tradurre le cose più interessanti e i testi delle ballate più importanti. Molte informazioni si trovano su Wikipedia (sicuramente il modo più semplice per cominciare un approfondimento è partire dalla pagina di Lady Isabel and the Elf-Knight). Interessante è anche la raccolta delleballate di Child, disponibile qui. Le ballate sui cavalieri tedeschi, invece, sono sparse un po’ qua e là. Qui trovate quella di Ritter Ulinger; qui quella di Ritter Ulrich.
Per quanto riguarda il nostro Halewijn, c’è molto materiale disponibile, ma in olandese. Se conoscete questa lingua o qualcuno che sa parlarla, ditemelo che vi sfrutto un po’. XD Scherzi a parte, se avete questa grande possibilità, potete dare un’occhiata qui:
Ovviamente non posso sapere se i contenuti siano buoni o meno, ma mi sembra un lavoro piuttosto strutturato e quindi potrebbe essere prezioso. Se invece siete dei comuni mortali come me, accontentatevi di queste altre informazioni tradotte in inglese:
(E se vi avanzano cinque minuti, mi fareste molto piacere a leggere la mia drabble sull'argomento, disponibile qui. Vabbeh, è pubblicità, lo so. Almeno alla fine del post potevo farmela, no?)
[1] Ugualmente vi è un parallelo in area scandinava, che ricollega Heer Halewijn allo strömkarlen, essere maschile che spingeva donne e bambini ad annegare attraverso una musica magica. Una sorta di analogo delle sirene, insomma.
[2] Modo che, del resto, ritorna quasi identico nella leggenda di Re Barbablu, la versione ‘grimmesca’ del racconto di Perrault.
Durante la mia vacanza in Trentino-Alto Adige, all’Alpe di Siusi, mi sono accorta di qualcosa che gli anni scorsi era passato toralmente inosservato (mea culpa): l'Hexen Skitour, il tour delle streghe.
Disseminati per le piste, sulla cima o sul fondo, ci sono delle colonnine di legno con in cima una strega e sui quattro lati una storia sulle streghe locali in quattro lingue. L’italiano era sempre quella meno raggiungibile, ma mi sono infilata nella neve fresca pur di leggerle. Ecco quelle che ho trovato più carine.
Si narra che le streghe volassero dal Sassopiatto allo Sciliar fino alla Val Gardena per fare le loro feste e tener sott’occhio il loro reame. Infatti, per fare i loro sabba, soprattutto di giovedì, le streghe si ritrovavano sul Petz, che è il punto più alto dell’altopiano dello Sciliar. Ma per volare fin lì dovevano fare un unguento a base di rospo e cospargerne le loro scope mentre cantavano questa formula: “vola su e giù, senza cascar” (secondo me tradotto male dal tedesco, perché la versione inglese suona più simile ed è “fly up and down, never around”, ovvero “vola su e giù, mai d’intorno”, e si applica meglio alla fiaba). Dopodichè potevano andare a festeggiare con le loro compagne.
Una volta un contadino sia entrato a casa di una strega mentre cospargeva la scopa con l’olio, che stava bollendo nel calderone sul camino, e pronunciava questa formula, per poi schizzare su per il camino e sparire alla sua vista. Incuriosito, il contadino s’avvicinò al pentolone e vide che era avanzata un po’ della magica pozione. Così provò a cospargerne un bastone e a recitare la formula, ma ahimè, la aveva capita male! Invece che “su e giù, mai d’intorno” cantò “Vola su e giù, e tutt’intorno” e nell’infilarsi su per il camino, volando a zig zag, prese un sacco di botte in testa. Ma una volta nel cielo aperto gli fu più facile girare fino a vedere dall’alto le streghe che ballavano e cantavano festeggiando sotto la luna. Riuscì dunque a scendere (ho ridacchiato per ore pensando a una specie di pilota automatico dell’olio di rospo) e a unirsi alle loro danze, festeggiando cn loro tutta notte.
Poco sopra dove stavo io al Compatsch, c’è una pista di nome Bullaccia o Puflatsch. Da lì si gode un panorama spettacolare, è anche il posto dove va via per ultimo il sole. Lì c’è anche un albero contorto sempre pieno di corvi, che mi ha sempre impressionato con la sua aria fiabesco-decadente. E sulle panchine della Bullaccia la strega più anziana si sedeva spesso, per ammirare il panorama (se ci passate, fermatevi anche voi. Soprattutto verso il tramonto. Merita.).
Sulle panchine inoltre le streghe preparano le tempeste più violente e più antiche. Sedute lì, facevano apparire nuvoloni neri carichi di tuoni e fulmini, e persino nubi gialle gravide di grandine, che dallo Sciliar, dal Corno del Renon e dalla Val Gardena si trascinano lente sopra Castelrotto, Siusi e Fiè. Se non si riesce a far suonare in tempo le campane, un temporale infernale si scatena su tutta la zona, provocando enormi danni.
E’ interessante come un posto tanto suggestivo porti alla creazione di leggende ad hoc…
A Sartria, poi, c’erano le streghe del burro, due donne piuttosto inquietanti che vivevano chiedendo l’elemosina e terrorizzando i paesani. La strega Tschelmerin di Piè di Sotto, aveva una grande gobba sulla schiena ed era soprannominata “Jüggale”, ed era zitella. La strega “Kneppin” invece era sposata. Curavano o facevano ammalare le mucche a loro piacimento, e potevano rovinare la panna del latte come preferivano. Potevano anche fare ammalare i bambini e maledirli per fargli rompere un piede, o guarirli a loro piacimento (e io a queste due, l’elemosina, per sicurezza, l’avrei data. Chiamiamolo il “pizzo fiabesco”). Alla contadina del maso Platider, che evidentemente non aveva pagato l’elemosina, rovinarono il burro con un sortilegio, facendole trovare un ratto orribile nel secchio del latte, per poi prenderla in giro con una canzoncina che fa pressappoco così:
“Contadina del Platider, che vuole fare il burro, che il burro lei non farà, oplà! Solo crema impazzita farà, aha! E un topo nel secchio troverà!”.
Cara LanAwnShee, in loro ho visto uno stralcio del nostro futuro (^^').
Non mancavano anche le piccole note storiche, trovate vicino alla pista “il Sole” (ma come siamo ironici).
Negli anni compresi tra il 1506 e il 1510, nel castello di Presule, sede del tribunale di Fié, si sono svolti nove processi, i più antichi condotti in tutto il Tirolo nei confronti delle streghe.
Dinanzi alla corte, presieduta da Leonhard von Völs, accanito persecutore di streghe, furono portate nove donne, di cui c’erano scritti i nomi. Una era addirittura una perpetua. Furono giustiziate in modo orribile e trovo che in mezzo a tutte queste fiabe ricordare che ci sono state donne che furono davvero perseguitate è comunque qualcosa di notevole, un piccolo momento di riflessione durante una giornata di svago, che tiene viva la memoria.
In Valtellina c'è stata molta stregoneria (vi ricordate il post sul codice degli stregoni, tratto proprio da un libro che parlava di stregoneria valtellinese?) e si sa che tra le montagne, con poca luce e tanto freddo, le storie tendono a diventare tetre. Una di queste storie tetre riguarda i Konfinà, un particolare tipo di spirito inquieto.
"Di konfinà ce ne sono parecchi in Valtellina. Sono i morti che condussero una vita peccaminosa e sono obbligati, per volontà di Dio, a rimanere confinati in luogli tra i più solitari e selvaggi sui monti. E quasi tutti devono battere le rocce con mazze pesantissime. Sicchè spesso odi l'eco dei loro colpi, ma non vedrai mai chi batte. E se durante qualche gita ti capiterà di trovare una mazza abbandonata, per carità, non toccarla, perchè appartiene a un konfinà!"
(tratta da "Storie e leggende di Lombardia" di R. Ravanelli)
Insomma, una sort di lavori forzati eterni. Secondo me la parte del "per volontà di Dio" è stata aggiunta in seguito: le fiabe lombarde sono piene di diavoli che somigliano in modo spudorato alle buone vecchie fate, soprattutto nel modo d'agire, per cui non mi pare strano che oltre a convertire fate in diavoli si sia cercato di dare una motivazione alla presenza dei konfinà che fosse più o meno conforme alla religione cattolica. Tra l'altro è particolare che Dio, invece di mettere le anime all'inferno, a fare i lavori forzati, le metta sulle montagne valtellinesi. Probabile che quindi sia un'aggiunta "postuma". Ma sono elucubrazioni personali, se c'è qualcuno più esperto di me al riguardo, si faccia avanti.
Francamente, trovo piuttosto inquietanti queste creature. Pensare a sentire l'eco dei loro colpi sulle rocce, di non vedere nulla, all'ombra delle montagne...
La storia non dice cosa succede a chi tocca la mazza abbandonata dei konfinà. Non sono certa di volerlo sapere.
Sah ein Mädchen ein Röslein stehen,
blühte dort in lichten Höhen.
Sprach sie ihren Liebsten an,
ob er es ihr steigen kann.
Sie will es und so ist es fein,
so war es und so wird immer sein.
Sie will es und so ist es Brauch,
was sie will bekommt sie auch.
Tiefe Brunnen muss man graben,
wenn man klares Wasser will.
Rosenrot, oh, Rosenrot,
tiefe Wasser sind nicht still.
Der Jüngling steigt den Berg mit Qual,
die Aussicht ist ihm sehr egal,
hat das Röslein nur im Sinn.
Bringt es seiner Liebsten hin.
Sie will es und so ist es fein,
so war es und so wird immer sein.
Sie will es und so ist es Brauch,
was sie will bekommt sie auch.
Tiefe Brunnen muss man graben,
wenn man klares Wasser will.
Rosenrot, oh, Rosenrot,
tiefe Wasser sind nicht still.
An seinem Stiefeln bricht ein Stein
will nicht mehr am Felsen sein,
und ein Schrei tut jedem kund
beide fallen in den Grund.
Sie will es und so ist es fein,
so war es und so wird immer sein.
Sie will es und so ist es Brauch,
was sie will bekommt sie auch.
Tiefe Brunnen muss man graben,
wenn man klares Wasser will.
Rosenrot, oh, Rosenrot,
tiefe Wasser sind nicht still.
[Vide una ragazza una rosellina,
fiorita là, in alto sulla roccia illuminata,
e chiese al suo fidanzato
se poteva raccoglierla per lei.
Lei la vuole e va bene così,
è sempre stato così e così sarà sempre.
Lei la vuole ed è la consuetudine,
quello che desidera lo ottiene anche.
Pozzi profondi bisogna scavare
se si vogliono acque trasparenti.
Rosa-rossa, oh, Rosa-rossa,
le acque profonde non sono tranquille.
Il ragazzino sale la montagna con fatica
la vista dell'altezza non gli importa per niente,
l'unica cosa che ha in testa è la rosellina
e la coglie per la sua amata.
Lei la vuole e va bene così,
è sempre stato così e così sarà sempre,
Lei la vuole ed è la consuetudine,
quello che desidera lo ottiene anche.
Pozzi profondi bisogna scavare
se si vogliono acque trasparenti.
Rosa-rossa, oh, Rosa-rossa,
le acque profonde non sono tranquille.
Sotto i suoi stivali si staccò una pietra
che non voleva più rimanere sulla rupe
e un grido rende noto a tutti
che entrambi precipitano a terra.
Lei la vuole e va bene così,
è sempre stato così e così sarà sempre,
Lei la vuole ed è la consuetudine,
quello che desidera lo ottiene anche.
Pozzi profondi bisogna scavare
se si vogliono acque trasparenti.
Rosa-rossa, oh, Rosa-rossa,
le acque profonde non sono tranquille.]
Condivido con voi il mio trofeo: a volte le cose interessanti si trovano quando stai facendo altro.
Oggi ho accompagnato mio padre, che s'è fatto male al braccio, al mensile mercatino dell'antiquariato a Monza. Il mio ruolo era più o meno quello del portaborse. Però lui, grato dell'aiuto e della compagnia, s'è offerto di prendermi qualcosa che mi piacesse (con la burbera scusa che siam sotto Natale. Grazie, papino).
E su una bancarella ho visto questo libro, 'Storie e leggende di Lombardia' di Renato Ravanelli, edito dal Credito Commerciale (strana accoppiata con le fiabe, una scelta che mi sta simpatica). E' un volume grosso, che sembrava più uno di quei libri turistici illustrati di lusso, con grosse foto a colori e pagine patinate. Aprendolo, ho scoperto che la scelta fatta è stata parecchio interessante.
Le fiabe, raccolte per città di provenienza, sono contestualizzate dalle foto, che aprono ogni capitolo. Tante belle foto, anche di posti che non ho visitato (ma che ora andrò a cercarmi). E le fiabe non sono poche, raggrinzite storielle come negli altri due libri che ho. Sono brevi, ma sono tante, E soprattutto, sono diverse, spaziano dalle storie a contenuto religioso a quelle di streghe (in Valtellina ce ne sono un sacco) a quelle di draghi (a quanto pare sono molto amate, anche negli altri due libri ce n'era almeno una) e di principi e principesse, a quelle che hanno come protagonista la gente comune.
L'introduzione è molto carina, mostra in modo semplice come lo spirito lombardo influisca sulle morali delle storie e sui soggetti, e spiega dove e come queste storie erano raccontate. E' molto interessante, perchè purtroppo Bossi Calderoli e la loro allegra brigata spesso mi rovinano il piacere di vivere in una regione piena di folklore, creature (i Konfinà... devo assolutamente fare un post su di loro, mettono i brividi) e storie interessanti, oltre che bei posti da visitare.
Leggerò questo libro con piacere, e magari sceglierò qualcosa da condividere con voi qui.
E nel caso vi interessi tanto da volerne una copia, avete tutto quello che vi serve.
Rinfreschiamoci la memoria. C'era una volta - e c'è ancora, niente paura! - la cittadina tedesca di Hamelin. Al tempo i suoi abitanti non se la passavano affatto bene: erano infatti invasi da topi e ratti di tutte le specie e dimensioni. Si nascondevano ovunque, perfino nelle parrucche dei cittadini più danarosi, ed erano diventati così spudorati da trovare il coraggio di mangiare tutto, perfino dal tavolo della gente che era a pranzo. Esasperati da quel tormento continuo, i cittadini pretesero che il sindaco e la sua giunta risolvessero il problema, ma come fare? I gatti erano stati mandati via tempo prima, perché costava troppo mantenerli, e adesso i topi erano così tanti che, per quanto li si ammazzasse, continuavano a moltiplicarsi... Il sindaco non sapeva da che parte sbattere la testa quando, all'improvviso, una voce si levò dalla folla: "Io vi libererò dai topi!". A parlare era stato uno strano forestiero dal vestito multicolore, i baffi lunghi e un bizzarro cappello dalla piuma rossa in testa.
Il Pifferaio - così disse di chiamarsi - però pretendeva un lauto compenso: nientemeno che uno scellino per topo. Davvero troppo per le tasche degli avari cittadini di Hamelin, tenendo conto che come minimo in città di topi dovevano essercene un milione! Che fare? Pensa che ti ripensa, il sindaco decise di gabbare lo straniero e così finse di accettare l'accordo. Immediatamente il Pifferaio prese a suonare un motivetto ossessivo con il suo piccolo flauto, un motivetto che incantò tutti i topi della città. Senza alcuna difficoltà riuscì a guidarli fuori dalle mura, fino al fiume Weser che scorreva vicino ad Hamelin, e a farceli finire dentro, dove annegarono tutti, nessuno escluso. Hamelin era libera finalmente e quindi lo straniero tornò indietro per ricevere il suo compenso. Ma il sindaco gli sbattè la porta in faccia: "Noi ci eravamo messi d'accordo di pagare uno scellino per topo..." gli disse. "Beh, dove sono i cadaveri dei topi? Come facciamo noi a sapere che se ne sono andati davvero se non ce ne hai portato nemmeno uno?". Il Pifferaio, rendendosi conto di essere stato preso in giro, non disse niente, ma promise al sindaco che se ne sarebbe pentito.
Qualche giorno dopo, per la precisione il 26 giugno, giorno di Giovanni e Paolo, lo straniero tornò, stavolta vestito da cacciatore. Portava in testa un berretto rosso e in tasca il suo fedele flauto. Si sedette vicino alla fontana del paese e iniziò a suonarlo, ma stavolta non si trattava del motivo ossessivo e lugubre che aveva stregato i topi, bensì di una musichetta allegra e coinvolgente che i bambini di Hamelin sentirono subito e, a loro volta incantanti, uscirono immediatamente dalle case danzando e facendo capriole. Con questo nuovo seguito, il Pifferaio uscì dalla città mentre i loro genitori, ignari, erano ancora chiusi in chiesa. Condusse i bambini danzanti su per i sentieri di una montagna, fino a una caverna dove sia lui sia i bambini entrarono. Quando tutti furono dentro, la caverna si richiuse magicamente alle loro spalle e nessuno li rivide mai più.
Di ritorno dalla messa, gli adulti di Hamelin si stupirono nel non vedere più i loro bambini da nessuna parte; ma tutto divenne chiaro quando trovarono un foglietto appeso alla porta della casa del sindaco: "In cambio di un milione di topi" diceva la noticina "Centotrenta bambini di Hamelin. Firmato, il Pifferaio". E così nessuno dei bimbi della città dovette più tornare dai loro genitori taccagni e imbroglioni.
Questa è la versione della fiaba più diffusa (leggermente edulcorata sul finale), che si rifa soprattutto alla storia registrata dai Grimm. Ce ne sono altre in cui alcuni dettagli variano (ad esempio si parla di bambini "scampati", solitamente con qualche difetto fisico - cecità, mutismo o zoppia, o varia il motivo dell'assenza dei genitori durante il rapimento dei pargoli), ma i punti salienti rimangono i medesimi: presenza di topi, liberazione dai roditori, inganno da parte dei cittadini nei confronti di un forestiero sinistro, vendetta del forestiero che porta via per sempre i bambini della città. Si tratta di una storia con un insegnamento morale particolarmente chiaro: guai a fare i furbi e a ingannare il prossimo, questi potrebbe vendicarsi in maniera terribile e quindi, tutto sommato, c'è da chiedersi se ne valga la pena.
Ma al di là di questi moniti moraleggianti, i discorsi che si possono fare sul Pifferaio Magico sono ben più interessanti, soprattutto perché in questo caso - più che di fiaba - si dovrebbe parlare di leggenda. Alla base della storia, infatti, c'è un evento storico che è stato registrato dalle cronache e che riecheggia - oltre che nella favola - anche in alcuni documenti, sia scritti sia iconografici. La nostra fonte più antica a riguardo è una nota scritta in prosa latina attorno al 1430-1450 come aggiunta in un manoscritto del XIV secolo proveniente da Lüneburg, che si riferiva all'evento collocandolo circa 150 anni prima. Ma è soprattutto nella stessa Hamelin che si ritrovano tracce e indizi che rimandano al 1284: la chiesa della città possedeva (è stata distrutta nel 1600 e poi ricostruita fedelmente basandosi su un disegno fatto precedentemente alla distruzione) una vetrata risalente al '300 che raffigurava un uomo dall'abito multicolore circondato da bambini vestiti di bianco. E ancora il 1284 ritorna nuovamente nell'epigramma iscritto sul muro della cosiddetta Casa del Pifferaio, registrato a suo tempo dai fratelli Grimm e di cui ora fornirò una - seppur rozza - traduzione:
Nell'anno 1284, nel giorno di san Giovanni e Paolo
- era il 26 di giugno -
centotrenta bambini nati ad Hamelin furono ammaliati
da un pifferaio con un abito dai molti colori
e fatti sparire in un Calvario vicino al Koppen.
Il termine "Calvario", probabilmente, venne usato per associazione al famoso monte della Passione, per indicare quindi una montagna sciagurata. Ci sono invece dubbi su come tradurre "Koppen": forse si voleva indicare un pascolo, una collina, ma la zona dove sta Hamelin è piena di colline, quindi l'indicazione resta molto vaga.
Qualcosa ad Hamelin nel 1284, dunque, è successo. E, visti non solo i toni con cui se ne parlò, ma anche considerando alcune regole ancora vigenti nella città - come quella per cui è proibito tutt'oggi suonare o ballare lungo la via Senzatamburi, la strada per la quale i bambini seguirono il Pifferaio fuori dalle mura - sembrerebbe davvero che non sia stato niente di divertente. Questa ambiguità ha stimolato le menti di molti studiosi che, quindi, si sono sforzati di proporre qualche risposta. Ecco le ipotesi che sono state ideate.
La prima - e apparentemente più immediata - mira a creare una connessione tra la presenza dei topi e la peste: l'epidemia pestilenziale, in effetti, potrebbe aver causato tranquillamente la morte di molti bambini di Hamelin (ma più in generale bisogna ricordare che, in tedesco, Kinder der Stadt o Stadtkinder, ossia Bambini della Città è un sinonimo di "cittadini"). Nel momento in cui si trasformò il fatto di cronaca in narrazione fiabesca, quindi, la peste assunse le fattezze del sinistro Pifferaio, a metà tra la Morte incappucciata e uno Psicopompo del mito. Tuttavia ci sono dei problemi a riguardo: è ormai di dominio pubblico che nel Medioevo ci sono state terribili epidemie di peste, ma sappiamo tutti anche che la cosiddetta Morte Nera si scatenò nel 1348, e che comunque le prime tracce di peste non anticiparono il 1347. Come mai, allora, la nostra vicenda indica un altro anno? Gli studiosi che sostengono questa teoria parlano di scelta scaramantica: dal momento che si temeva che nominare o richiamare con precisione gli eventi sgradevoli potesse magicamente farli ritornare, gli abitanti di Hamelin avrebbero sballato di proposito la datazione, per poter ricordare l'avvenimento senza rischiare di "chiamare" la peste di nuovo. Non si spiega, invece, l'altro grosso problema, e cioè che le testimonianze più antiche parlano solo di bambini, non di topi. Solo a partire dal 1565 si cominciò a premettere al rapimento dei bambini anche la vicenda della disinfestazione (infatti nella famosa vetrata non ve n'è traccia).
Ben più condivisa dagli studiosi è invece la teoria della migrazione, anche perché sembra supportata da molte versioni della leggenda: gli stessi Grimm - cioè la fonte principale che abbiamo scelto - raccontano alla fine come alcuni sostengano che i bambini entrati nella caverna sbucarono poi fuori in Transilvania. E, come dicevo, non sono i soli a sostenere che la caverna fosse un passaggio che portò i bimbi e il Pifferaio da un'altra parte, generalmente l'Est Europa. E' vero, infatti, che attorno al 1284 la cittadina di Hamelin era sovrappopolata. Si pensa, quindi, che dietro alla figura del Pifferaio ci sia un qualche reclutatore assoldato dalle autorità locali (il vescovo Bruno von Schaumburg) per convincere parte della popolazione giovane a colonizzare altre parti dell'impero: la Transilvania, la Moravia, la Prussia dell'est, la Pomerania... e in effetti, anche studi linguistici confermerebbero una presenza proveniente dalla zona di Hamelin in quelle regioni: Jürgen Udolph, un docente di linguistica di Göttingen, ha provato che ci sono connessioni tra i toponimi delle due zone considerate (Hamelspringe, ad esempio), e che alcuni cognomi tipici dell'Est richiamano la città di Hamelin e dintorni (Querhammels).
Ora, consideriamo questo disegno, che è il più antico che possediamo sulla fiaba:
A sinistra (lato del male, ricordiamolo) svetta grandissimo il Pifferaio, con il suo vestito da Arlecchino (che in principio era collegato al diavolo, ricordiamo anche questo). Vicino ai suoi piedi c'è la rappresentazione della liberazione dai topi, con i sorci che escono dalla città cinta da mura e che si buttano nel Weser mentre il Pifferaio suona su una barca. Poco più in alto si vedono dei cervi pascolare vicino a degli alberi: essi rappresentano lo stemma dei baroni Spiegelbergs, nobili locali. In cima c'è la processione dei bambini che si inerpicano su per il sentiero, verso la caverna. A fianco dell'orrido buco, però, c'è un dettaglio strano: una croce infissa a terra (una tomba?) e una forca con due impiccati ancora appesi. Bizzarro modo di illustrare una semplice migrazione. Innanzitutto, perché - se a promuovere la colonizzazione a est fu il vescovo di Schaumburg - il disegnatore ha richiamato lo stemma degli Spiegelbergs? Inoltre dal disegno sembrerebbe piuttosto che questi poveri bambini siano andati a morire... e non si accorda male, questo, con il tono macabro dell'iscrizione nella Casa del Pifferaio, dove si parla di Calvario, nome che può ben essere sinonimo di "luogo di esecuzione". Proprio analizzando questa testimonianza iconografica, lo studioso Gernot Husam si è convinto che la verità possa essere un'altra, e ben più terribile. I baroni Spiegelbergs (presenti a loro modo anche nell'antica vetrata, dove - alle spalle del gruppo principale - ci sono dei cervi) erano cattolici molto rigorosi. Il Pifferaio, invece, viene rappresentato con i tipici tratti estetici riservati ai diavoli, ai folletti o comunque a quelle forze connesse al paganesimo e quindi condannate dalla Chiesa: il vestito multicolore, come già detto, richiama Arlecchino (la cui etimologia del nome viene proprio dal tedesco Hölle König, "re dell'Inferno"), il berretto rosso fa venire in mente i cattivissimi Redcaps, la sua musica in grado di incantare fa tornare alla memoria fiabe come La Danza nello Spineto («È stato poi istituito un legame tra lo strumento che costringe a ballare e il diabolico influsso esercitato, secondo la Chiesa, dalla musica profana» cfr. T. Dekker, J. van der Kooi, T. Meder, Dizionario delle fiabe e delle favole, Milano 2001, p. 121). Potrebbe dunque simboleggiare qualche resistenza pagana al cristianesimo imperante, resistenza che i baroni hanno voluto debellare, anche a costo di procedere con esecuzioni. Il fatto che i bambini (di nuovo, forse, semplicemente Stadtkinder) nella fiaba scompaiano sarebbe dunque un modo più "soft" per alludere alla loro reale esecuzione, che però riecheggerebbe nell'allusione al Calvario. E questo potrebbe spiegare, del resto, come mai l'episodio sia stato considerato degno di comparire tra le vetrate della chiesa locale (appare strano che, viceversa, la semplice migrazione potesse avere qualche motivo per diventare 'sacra', anche se è vero che è stata voluta da un vescovo, e questo potrebbe risolvere in qualche modo l'imbarazzo).
Il punto debole di questa soluzione è che si basa unicamente sull'interpretazione di un disegno: alla fine ognuno può vederci ciò che vuole, non ci sono prove inconfutabili e ineccepibili nell'immagine. Ad esempio, il riferimento agli Spiegelbergs potrebbe essere semplicemente locativo (un modo ulteriore per far capire a chi lo vedesse che si sta parlando proprio di Hamelin, insomma) e l'episodio illustrare una vicenda di isteria collettiva quali ce n'erano parecchi nel Medioevo, soprattutto in periodi di carestia e ristrettezze quali - appunto - quello che consideriamo: accadevano spesso fenomeni psicotici per i quali gruppi di persone si mettevano a ballare come impazzite, facendo anche notevoli percorsi: nel 1257 (non tanto lontano dal nostro 1284...), ad esempio - ed è un episodio registrato dalle cronache -, mille bambini di Erfurt di punto in bianco abbandonarono la città danzando e cantando, valicarono i monti e raggiunsero la città di Arnstadt, dove furono fermati e accolti. I cittadini di Arnstadt dovettero avvisare quelli di Erfurt dell'accaduto, in modo che venissero a riprenderli. Nessuno dei bambini seppe dare una spiegazione per il loro comportamento, ma oggi sappiamo che alla base c'erano disturbi psicologici dovuti all'oppressione di una vita difficile. La fiaba, insomma, potrebbe essere un tentativo di spiegare questa shockante fase di follia transitoria che può aver colpito anche i bambini di Hamelin, come quelli di Erfurt, con la differenza che forse quelli di Hamelin sono stati più sfortunati. Dal momento che quello che avevano fatto era misterioso e spaventoso, sicuramente dietro doveva esserci lo zampino del Diavolo. E visto che quelli se n'erano andati in giro ballando e cantando, evidentemente doveva essere un diavolo musicista: ecco qui il Pifferaio.
Al campo della psicanalisi appartiene anche l'ultima delle spiegazioni attualmente fornite dagli studiosi sulla vicenda: la psicologa Elke Liebs nota che, al di là degli eventuali dati reali che stanno alla sua base, la leggenda si diffuse solo dopo il 1500, cioè in un periodo in cui la Germania era nuovamente sovrappopolata e quindi povera. I bambini, in quelle condizioni, diventavano un problema: erano pur sempre bocche da sfamare, che non producevano grande ricchezza a causa della loro ancor tenera età. Un po' come i topi, esserini piccoli ma voraci, che consumano senza produrre. Secondo la Liebs, insomma, è in quel momento che i topi fecero il loro ingresso ufficiale nel racconto, come proiezioni dei bambini stessi: la favolistica riportava, del resto, un sacco di storielle di magici disinfestatori (vedi ad esempio l'aneddoto per cui il filosofo Avicenna avrebbe tentato di liberare la città di Aleppo, o quella del mago cinese Ma Hsieng che liberò dai topi Hangchow), non sarebbe stato difficile creare dei collegamenti. E il racconto, sostanzialmente, rappresentava un desiderio represso: inconsciamente gli abitanti di Hamelin avrebbero voluto sbarazzarsi dei loro figli, liberarsi dal peso che, in quelle circostanze critiche, essi rappresentavano. Così s'inventarono un eroe negativo che lo faceva per loro: il Pifferaio libera la città da tutte le bocche in più da sfamare, sia quelle dei topi sia quelle dei bimbi. Ma, siccome quello era un istinto inaccettabile, siccome comunque gli abitanti di Hamelin amavano i loro figli e non potevano ammettere a livello conscio di volersene disfare, avrebbero organizzato la narrazione in modo che la seconda liberazione fosse percepita come una punizione, come qualcosa di brutto e disgraziato.
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